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Sicilia mafiosa si può dire nei libri di scuola (Cassazione)

ROMA – Dire che la Sicilia è mafiosa in un libro di scuola si può. Secondo la Corte di Cassazione rientra nella libertà di insegnamento, garantita dalla Costituzione, l’impiego di un libro di testo destinato agli studenti delle scuole medie inferiori nel quale, “con sufficiente richiamo ai contesti storici e alla cronaca anche recente”, si parla della Sicilia con “espressioni e giudizi generali perentoriamente negativi” definendola una regione nella quale la mafia “impedisce di governare per il bene della collettività” e “che riceve dallo Stato più di quello che dà e consuma più di quello che produce”.

Lo ha stabilito la Cassazione respingendo il ricorso del governatore della Sicilia contro la casa editrice Principato e gli autori del libro ‘Geo Italia, le regioni’ nel quale venivano espressi giudizi molto duri sulla realtà socio economica dell’isola. Giudizi diffamatori della popolazione siciliana, secondo il governatore. In primo grado, la casa editrice era stata condannata a risarcire la regione con 50mila euro e a non ristampare i passi offensivi. In appello invece il ‘ritratto’ della Sicilia è stato ritenuto lecito e obiettivo. La Cassazione ora lo conferma.

Per i giudici supremi, la descrizione della realtà siciliana e della storia della regione non deve essere “edulcorata” né sottoposta ad “autolimitazioni” da parte di chi ne scrive, non solo nelle inchieste giornalistiche ma anche nei libri di testo, e gli aspetti negativi non sono – come aveva affermato il verdetto di appello – “lesivi della reputazione dei ‘siciliani’ in quanto comunità, ma, casomai, sintomatici degli errori e dell’inadeguatezza di quei ceti dominanti che gli autori, iscrivendosi in una corrente culturale tanto ampia quanto inascoltata, indicano ai lettori come principali responsabili delle criticità che nessuno (neppure la difesa della Regione) può sottacere”.

Quel che conta è che – rileva la sentenza 6785 della Terza sezione civile – giudizi e generalizzazioni siano “adeguatamente calati” in un “retroterra culturale e storico di cui si dà ampio conto, sebbene unilateralmente prospettato e con esaltazione degli elementi negativi pure difficilmente negabili”. Soprattutto in tema di libertà di insegnamento non è “concepibile” – sottolineano i supremi giudici – che le notizie “sostanzialmente vere”, “debbano essere offerte con toni limitati, se non perfino taciute in ossequio ad una malintesa moderazione” che finirebbe con “l’avvicinarsi pericolosamente ad una vera e propria forma di censura preventiva”.

Nel libro c’erano richiami limitati “a difesa dei molti siciliani che si sono ribellati alla mafia e al maggiore impegno dello Stato” nella lotta a Cosa Nostra. Tra le frasi incriminate e ora del tutto sdoganate: “il potere mafioso ha stabilito sull’isola un clima di violenza che avvelena i rapporti tra la gente, dissangua ogni attività economica e impedisce di governare per il bene della collettività”. Ed anche: “periferie anonime, talvolta persino prive delle fognature, sono cresciute in condizioni di massimo degrado sociale; abbandonati a se stessi, questi quartieri sono diventati inferni urbani, dove la criminalità non ha freno”. E infine: “l’economia si basa sull’assistenza dello Stato, sotto forma di sovvenzioni di opere pubbliche e pagamento di pensioni; la spesa pubblica però, più che dare impulso produttivo, ha alimentato un intreccio di corruzione tra forze politiche e criminalità”.