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Stefano Cucchi, Cassazione ribalta Appello: “Cure inadeguate, medici potevano fare di più”

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Stefano Cucchi, Cassazione ribalta Appello: “Medici potevano fare di più”

ROMA – Stefano Cucchi, Cassazione ribalta Appello: “Medici potevano fare di più”. Questa la decisione della Cassazione che il 9 ottobre ha annullato l’assoluzione dei cinque medici dell’ospedale Pertini che avevano in cura Cucchi.

Secondo i giudici della Cassazione, che ha accolto il ricorso della procura generale di Roma, “il giudice d’appello è giunto a un’ingiustificata semplificazione del proprio compito e, per conseguenza, si è arreso davanti alla difficoltà di accertare le responsabilità di coloro che, ricoprendo specifiche posizioni di garanzia, avevano posto in essere una serie di comportamenti giudicati gravemente negligenti”.

Nella sentenza emessa dalla Cassazione, si parla di ritardo nella diagnosi e nella cura di Stegano Cucchi, scrive l’Ansa:

“Il giudizio controfattual non ha tenuto conto di tutti i comportamenti negligenti ma si è limitato, erroneamente”, a vagliare se tali comportamenti potessero spiegare la morte di Stefano, senza invece valutare se “un comportamento doveroso fosse in grado di evitare l’evento”.

“In questo caso – rimarca la Corte – non si tratta di porre in verifica una specifica condotta curativa caratterizzata da particolare difficoltà tecnica” o “diagnostica”, ma “semplicemente l’adempimento del generico dovere di anamnesi e ‘ascolto’ del paziente”. E “lo sguardo del giudice deve rivolgersi all’indiento verso qualsivoglia condotta omissiva antecedente, perché al contrario sarebbe premiato il medico neghittoso e distratto che trascuri il giuramento d’Ippocrate”.

La Cassazione era già intervenuta annullando, nel dicembre 2015, la prima assoluzione dei medici, e chiedendo all’appello di pronunciarsi sulla particolare forma di reato, “omissivo improprio o commissivo mediante omissione”, di chi nella sua attività professionale viola i suoi doveri e non impedisce un evento lesivo. Ma anche la nuova pronuncia di assoluzione della Corte d’Appello di Roma, di luglio 2016, secondo la Cassazione è viziata da “contraddittorietà e illogicità”. A cominciare dalla causa della morte, che la Cassazione aveva chiesto di individuare.

“In sintesi – sottolinea oggi la Cassazione -, la sentenza impugnata identifica la causa della morte nella sindrome da inanizione: Stefano Cucchi è morto di fame e di sete”.

Stefano sarebbe morto per privazione di acqua e cibo: una situazione auto-inflitta che aveva aggravato il suo già compromesso quadro clinico (la rottura delle vertebre, la tossicodipendenza, la celiachia), escludendo la responsabilità dei medici. Una spiegazione che, evidentemente, non soddisfa la Cassazione, che sottolinea come l’appello,

“dopo aver aspramente stigmatizzato le numerose e gravi condotte dei sanitari”, abbia sottovalutato le conclusioni dei periti e “impiegato la propria scienza privata per discostarsi da esse”, senza procedere ad ulteriori approfondimenti tecnici su temi potevano essere “dubbi”.

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