Cronaca Italia

Sud Italia invecchiato e spopolato: emigrate 1,7 milioni di persone in 15 anni

Sud Italia invecchiato e spopolato: emigrate 1,7 milioni di persone in 15 anni

Sud Italia invecchiato e spopolato: emigrate 1,7 milioni di persone in 15 anni

ROMA – Tutti in fuga dal mezzogiorno. Il sud Italia si spopola e invecchia, con 1.7 milioni di persone emigrate negli ultimi 15 anni verso il centro e nord del Paese. Un trend che secondo i dati del rapporto Svimez, presentati il 28 luglio, è destinato a continuare e che comporta anche una diminuzione del Pil del Mezzogiorno. Anche se nel 2016 il Sud è cresciuto più del nord, il rapporto fa previsioni affatto confortanti: dopo una ripresa, ora la crescita tornerà a calare e soprattutto aumenta l’emergenza sociale.

Il 2016 è stato positivo per il Sud, “il cui Pil è cresciuto dell’1%, più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%” ma la stima per il 2017 del Pil prevede un aumento dell’1,1% al Sud e dell’1,4 % nel Centro-Nord, facendo quindi tornare indietro il Mezzogiorno rispetto alle altre zone d’Italia. E la situazione non andrà meglio per il 2018, con i dati del rapporto Svimez che prevedono “un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell’1,2% al Centro Nord”. D’altronde la crescita del Pil del Sud nel 2016 è stata la conseguenza di alcune condizioni peculiari:

“Il recupero del settore manifatturiero, cresciuto cumulativamente di oltre il 7% nel biennio 2015-2016, e del +2,2% nel 2016, la ripresa del settore edile (+0,5% nel 2016), il positivo andamento dei servizi (+0,8% nel 2016)”.

Il principale driver della crescita meridionale nel 2017 “dovrebbe nuovamente essere la domanda interna: i consumi totali crescerebbero dell’1,2% (quelli delle famiglie dell’1,4%) e gli investimenti al Sud del +2%. Si prevede anche una crescita per l’occupazione. (+0,6%)”.

Se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, la data di recupero dei livelli di pre crisi è fissata al 2028, ben 10 anni dopo il centro-nord. Nelle anticipazioni del rapporto 2017 aggiungendo che si configurerebbe così un ventennio di “crescita zero”, che farebbe seguito “alla stagnazione dei primi anni duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”.

L’economia meridionale però presenta anche degli elementi positivi, anche se

“un biennio in cui lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno è risultato superiore di quello del resto del Paese non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività (il prodotto per addetto è calato cumulativamente nel periodo 2008-2016 del -6% nel Mezzogiorno, del -4,6% nel resto del Paese), bassa competitività, ridotta accumulazione e in definitiva minor benessere”.

Il nodo vero, secondo l’associazione, “è ancora una volta lo sviluppo economico nazionale”, per il quale il Mezzogiorno “deve essere un’opportunità, calibrando l’intensità e la natura degli interventi per il Sud”. Nella fase più recente il Governo è intervenuto in maniera “più decisa a favore delle imprese meridionali, mettendo in campo una batteria di strumenti per agevolare la crescita del Mezzogiorno, dopo che la lunga fase di crisi tra il 2008 e il 2015 ha ampliato ulteriormente il divario tra le due macro aree del Paese”.

Nello specifico, Svimez si riferisce al prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove assunzioni, al credito d’imposta per gli investimenti e ai Contratti di Sviluppo gestiti da Invitalia per conto del ministero per lo Sviluppo Economico. Rientrano sempre nell’ambito di questa batteria di strumenti agevolativi il Masterplan e i Patti per il Sud. Da ultimi, poi, i due Decreti Mezzogiorno, il secondo in corso di conversione in Parlamento nel quale sono previste le Zone Economiche Speciale (ZES) per le sole aree meridionali.

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