Cronaca Italia

Terremoti: piani emergenze e sicurezza, 1.759 Comuni fuori legge

Terremoti: piani emergenze e sicurezza, 1.759 Comuni fuori legge

Terremoti: piani emergenze e sicurezza, 1.759 Comuni fuori legge

ROMA – Si chiamano piani di emergenza: cosa fare e come intervenire in caso di terremoto o altra calamità? Piani che dovrebbero, o avrebbero dovuto, tener conto delle peculiarità del territorio e che richiedono un attento studio dello stesso. Ebbene su questo punto 1.759 Comuni italiani sono fuori legge. Ovvero hanno fatto poco o nulla, come spiega questo articolo del Messaggero:

Si chiamano piani di emergenza: dossier sulle caratteristiche del territorio e pianificazione degli interventi in caso di disastri. Avrebbero dovuto essere predisposti da tutti i comuni entro nel 2012, ma in Italia 1759 amministrazioni non hanno provveduto a mettersi in regola. Un dato che è in linea con le cifre della prevenzione rispetto agli eventi sismici e ai cataclismi. Secondo l’Istat, negli ultimi quarant’anni abbiamo speso 151 miliardi di euro (3,5 miliardi ogni anno) per la ricostruzione del patrimonio edilizio distrutto, a fronte dei 44 milioni di euro stanziati nel 2016 per l’adeguamento sismico nei comuni ad alto rischio. Il fondo, istituito dopo il terremoto in Abruzzo, è stato più che dimezzato negli ultimi due anni. Non solo, nella maggior parte dei casi, i soldi stanziati non vengono neppure spesi, ma stornati su altri capitoli.

Per dirne una, Amatrice, oggi rasa al suolo dal terremoto, non compare nell’elenco del Comuni dotati del piano. Ed ecco un altro paradosso:

Il sismologo Enzo Boschi individua il cuore del problema: il Paese ha una legislazione all’avanguardia dal punto di vista delle norme ma non esiste una legge che obblighi a uniformare ai parametri antisismici il patrimonio edilizio esistente. L’obbligo di adeguare la vecchia casa riguarda solo le ristrutturazioni pesant e altri pochi casi (ad esempio in caso di sopraelevazione del fabbricato). Un buco normativo disastroso, l’Istat attesta che ci sono oltre 16 milioni le case costruite prima del 1971 (anno in cui è nata la prima legge che istituiva l’obbligo di depositare i calcoli a firma di un ingegnere), delle quali ben 5,3 milioni sorgono in zona 3 (terremoti di media intensità) e più di 760 mila in zona 4 (terremoti di forte intensità). A questo si deve aggiungere ancora secondo recenti dati Istat che negli ultimi 40 anni lo Stato ha speso 151 miliardi per la ricostruzione del patrimonio edilizio distrutto, ovvero 3,5 miliardi all’anno. Denaro sufficiente, a giudizio dei geologi, per mettere in sicurezza buona parte degli edifici pubblici.

Infine, il buco nero dei finanziamenti. Spesso dirottati altrove:

Dopo il terremoto in Abruzzo del 2009 è stato avviato il Piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico, che prevede lo stanziamento di 965 milioni di euro in sette anni per realizzare interventi sull’intero territorio nazionale. I fondi disponibili per il 2016 ammontano a 44 milioni di euro in tutto. Un taglio netto rispetto ai 145,1 milioni di euro stanziati per il 2015, e ai 195,6 dei tre anni precedenti. Dal 2010 si prevede che le regioni attivino da un minimo del 20 per cento a un massimo del 40 per cento di interventi sugli edifici privati, purché la cifra sia pari o superiore ai due milioni di euro. Ma l’impiego dei fondi sembra essere un buco nero, sulla situazione nei comuni dell’alto Lazio e le Marche farà chiarezza dalla magistratura. Settecentomila euro erano stati impiegati dal comune di Amatrice per l’adeguamento sismico della scuola ridotta in macerie due giorni fa, mentre i due milioni, destinati al municipio crollato, erano stati dirottati altrove.

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