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Terremoto: ogni 5 anni nell’Appennino ce n’è uno

ROMA – Un terremoto ogni cinque anni: è questa la tragica media che riguarda la dorsale appenninica, quella che nella notte del 24 agosto si è “svegliata” scuotendo la terra sotto i Comuni di Amatrice, Accumolo, sotto la provincia di Ascoli Piceno.

Un terremoto ogni 5 anni, non sempre così distruttivo ovviamente, e un’amara constatazione: l’Italia è fatta perlopiù di edifici vecchi e maltenuti e non parliamo solo di edifici storici. Il riferimento dei geologi è soprattutto a quelli costruiti negli anni del boom: dal 1945 al 1975, edifici perlopiù tirati su male, in fretta, con materiali scadenti e soprattutto senza la minima considerazione per il territorio. Che è sismico, appunto. Scrive Andrea Rossi su La Stampa:

L’Appennino è il cuore dell’Italia che trema: in media una catastrofe ogni cinque anni. Sulla direttrice Rieti-Ascoli c’è però qualcosa di più. Una storia che parla: non c’è Comune, in questa terra tra il Gran Sasso e i monti Sibillini che negli ultimi mille anni non abbia vissuto intensità macrosismiche inferiori al decimo grado della scala Mercalli, vale a dire scossa «completamente distruttiva», un gradino sotto «catastrofica» e «apocalittica».

Cosa c’è sotto l’Appennino? Una faglia che si muove e che si sta “stirando”, come dice il geologo Mario Tozzi, sempre su La Stampa:

C’è una responsabile del terremoto di Accumoli, una responsabile che agisce insieme con altre sue simili in un’area molto vasta che va dal confine Umbria, Marche e Lazio fino alla valle del Tevere. È una faglia (come per tutti i terremoti), ma particolare (come tutte le faglie), frammentata in tanti segmenti allineati, ma non continui, che percorre il sottosuolo dell’Appennino centro-settentrionale fino a oltre 20 km di profondità. Un sistema di faglie che non accumulano energia in silenzio per poi scaricarla in «botte» tremende, ma rare. Al contrario, si carica di energia elastica come una molla e poi si libera con frequenza impressionante e, a livello geologico, quasi costante.

Un’amara considerazione riguarda il nostro patrimonio edilizio, come spiega sempre Rossi:

Conviviamo con un patrimonio edilizio vecchio ma soprattutto maltenuto. Nel 2012 la Camera ha istituito una commissione d’indagine sulla sicurezza sismica. Della relazione finale non c’è traccia, ma nel corso delle audizioni sono emersi particolari preoccupanti: ad esempio 6 milioni di edifici su 27, in Italia, sono in cattivo stato di conservazione. In parte sono i più vecchi, ma una fetta consistente coinvolge il boom del dopoguerra, quando si passò da 35 a 80 milioni di vani abitativi. Un edificio su quattro risalente a quell’epoca è ammalorato, tanto che alcuni anni fa Aldo Loris Rossi, professore di Progettazione architettonica all’Università di Napoli, ha lanciato una proposta drastica: «Rottamare la spazzatura edilizia post-bellica, 40 milioni di vani, costruiti tra il 1945 e il 1975, senza qualità, interesse storico ed efficienza antisismica. Molti interventi sono stati eseguiti malamente, o hanno caricato strutture già esistenti. Questa crescita è avvenuta in maniera impropria, per questo dico che ogni fabbricato dovrebbe avere una carte d’identità».

«È una battaglia che portiamo avanti da anni», racconta Bernardino Chiaia, ordinario di Scienza delle costruzioni al Politecnico di Torino. «Gli edifici andrebbero sottoposti a verifica sismica, peccato che la proposta abbia trovato i principali oppositori nelle associazioni dei proprietari di immobili. Temevano fosse una nuova tassa sulla casa». Così, senza verifiche né censimenti, il patrimonio è andato in malora. E, insieme con le case del 1900, ad Accumoli è andata giù la caserma dei carabinieri e ad Amatrice l’ospedale è inagibile. Entrambi sono ben più recenti. «Purtroppo in queste zone nessuno investe perché si stanno spopolando», dice il professor Calvi. «Dunque non è sorprendente che crollino le case. La cosa che fa scalpore sono gli ospedali, le caserme».

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