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Terrorismo, Cassazione: indottrinare jihad non è reato senza addestramento

ROMA – L’indottrinamento jihadista non è terrorismo senza addestramento. Lo stabilisce una sentenza della Corte di Cassazione che lo scorso luglio, non senza clamore, aveva assolto in via definitiva i quattro jihadisti della moschea di Andria, in Puglia. Per i Supremi giudici non è configurabile il reato di terrorismo internazionale di matrice islamica, a carico di imam o dei loro seguaci impegnati in attività di proselitismo, se la formazione teorica degli aspiranti kamikaze non è affiancata anche con “l’addestramento al martirio di adepti da inviare nei luoghi di combattimento”.

Per la Cassazione, quello di Andria era un gruppo a limitata “operatività”, tale da non costituire una minaccia per la collettività. Nelle motivazioni della sentenza, depositate oggi, si legge che l’indottrinamento “può costituire senza dubbio una precondizione, quale base ideologica, per la costituzione di un’associazione effettivamente funzionale al compimento di atti terroristici, ma non integra gli estremi perché tale risultato possa dirsi conseguito”.

Chi si dedica “solo” al proselitismo, dunque, non rischia condanna ma al massimo viene espulso. Lo scorso agosto, infatti, l’iman di Andria, il tunisino Hosni Hachemi Ben Hassen, dopo l’assoluzione, è stato rimpatriato. A suo carico era rimasta, da rideterminare, solo la pena per incitazione all’odio razziale. Poco tempo dopo è stato espulso, perché inneggiava agli attentati avvenuti in Francia, anche un altro degli imputati, cinque in origine, che dopo la condanna in primo grado non aveva più fatto ricorso.

A spingere la Cassazione ad annullare le condanne per i quattro imputati, tre dei quali tunisini e uno di origini magrebine ma nato nel trapanese a Castelvetrano, è stata anche la circostanza che dalle intercettazioni il personaggio che “si distingueva per il tenore particolarmente cruento delle sue espressioni” era un certo Alì, non meglio identificato. Quel che lui diceva, osserva la sentenza, non era sempre ben compreso dagli altri che, però, erano tutti d’accordo nel programma di esaltare “il martirio e l’aspirazione a raggiungere i luoghi di combattimento per conseguire tale obiettivo”.

Importanza non è stata data nemmeno al fatto che gli imputati facessero riferimento al “procacciamento e alla visione di filmati” perché si tratta di “attività strumentali all’indottrinamento”. Per la Cassazione, infine, riprova della non pericolosità del gruppo si ricava dal fatto che le intercettazioni sono del 2009 e il loro arresto è avvenuto solo nel 2013 e per tutto quel periodo nessuno è partito per far strage di “infedeli” o ha commesso atti di terrorismo.

Fatti che confermerebbero “l’incapacità del gruppo di raggiungere un livello organizzativo tale da affrontare le contingenti e non certo imprevedibili difficoltà di una attività terroristica di carattere internazionale”.

In primo grado l’imam di Andria era stato condannato a cinque anni e due mesi, e gli altri a tre anni e quattro mesi, ridotti dalla Corte di Assise di Appello di Bari nel 2015 a due anni e otto mesi solo per un imputato minore.