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Terrorismo: tunisino espulso da Italia legato a imam di Andria

BARI – Il tunisino espulso dal territorio italiano è il 35enne Khairredine Romdhane Ben Chedli, uno dei 5 presunti appartenenti alla cellula terroristica con base ad Andria e ritenuto legato all’ex imam della moschea Hosni Hachemi Ben Hassen, rimpatriato il 13 agosto. Khairredine, a seguito della sentenza della Cassazione che aveva mandato assolti gli imputati ritenendo non sussistente il reato di terrorismo internazionale, era stato espulso dal prefetto di Cosenza dopo essere stato scarcerato a Rossano. Nei suoi confronti il questore Luigi Liguori adottò il provvedimento di accompagnamento in un Cie perché comunque era entrato nel territorio nazionale clandestinamente.

Gli imputati, tra cui il tunisino espulso, furono arrestati dal Ros dei Carabinieri di Bari nell’aprile 2013. In primo grado, nel settembre 2014, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, furono condannati dal Tribunale di Bari a pene comprese fra i 5 anni e 2 mesi (l’ex imam Hosni) e i 3 anni e 4 mesi gli altri quattro, tutti di nazionalità tunisina e ritenuti componenti l’associazione: Faez Elkhaldey, detto ‘Mohsen’, Ifauoi Nour, detto ‘Moungi’, Khairredine Romdhane Ben Chedli e Chamari Hamdi.

Secondo l’accusa, gli imputati “cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo”. In appello, nell’ottobre 2015, le condanne furono confermate con riduzione di pena a 2 anni e 8 mesi per il solo Chamari Hamdi. Stando alle indagini della Dda di Bari, tra il 2008 e il 2010 il gruppo, sotto la guida dell’Imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem, avrebbe studiato in rete le tecniche per costruire ordigni, si sarebbe addestrato sull’Etna, in Sicilia, ridendo delle chiese distrutte in Abruzzo dal terremoto e parlando di odio, di sacrificio, di morte.

Agli atti del processo c’erano materiale fotografico e video, documenti, intercettazioni telefoniche, e poi le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, terroristi pentiti. Sempre secondo la Dda, l’indottrinamento finalizzato anche al reclutamento di volontari mujaheddin da avviare ai campi di battaglia in Afghanistan, Yemen, Iraq e Cecenia avveniva nel call center gestito dal presunto capo dell’organizzazione.