Cronaca Italia

Torino, il bar del Tribunale era gestito dalla camorra: 7 arresti

Torino, il bar del Tribunale era gestito dalla camorra: 7 arresti

Torino, il bar del Tribunale era gestito dalla camorra: 7 arresti

TORINO – Il bar del Tribunale di Torino era gestito dalla camorra. E’ quanto emerso da un’inchiesta sull’appalto di gestione del locale che ha portato a una raffica di arresti. Ad affidare la commessa, nel 2015, era stato il Comune, proprietario degli spazi. Ma la procedura di assegnazione, secondo i pm Enrica Gabetta e Lisa Bergamasco, era truccata. Otto gli ordini di custodia cautelare chiesti e ottenuti dall’accusa. Ne sono stati eseguiti sette, uno è ancora ricercato.

Le manette, ora sono scattate per i vertici della Service Companies, società di San Martino Buon Albergo (Verona) che vinse la gara. Il personaggio chiave è un napoletano, pregiudicato per reati di mafia e affiliato del clan Nuvoletta, che secondo gli inquirenti è il vero dominus occulto della società. Ci sono poi l’amministratore unico, un altro amministratore occulto, un commercialista di Modena e due intermediari. Si procede per corruzione, turbativa d’asta e truffa aggravata al Comune. In manette anche un funzionario comunale, Alberto C., che avrebbe intascato le mazzette.

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Una storia che si ripete, secondo quanto riportano Claudio Laugeri e Massimiliano Peggio sul quotidiano la Stampa:

Negli Anni Ottanta, sotto la vecchia procura di Torino, c’era il bar «Monique». Si chiamava così in omaggio della fidanzata del titolare: francese, belle gambe, intratteneva magistrati, investigatori e avvocati seduta sul trespolo della cassa. Si seppe poi che il titolare era in «affari» con alcuni ’ndranghetisti, coinvolti nell’uccisione del procuratore capo Bruno Caccia. Oggi tocca alla camorra.

Storia sfortunata, quella del bar. Il locale, 507 metri quadri popolati tutti i giorni da centinaia di avvocati, magistrati, cancellieri e utenti in pausa caffè o pausa pranzo, è stato gestito per una decina d’anni da una grande società di ristorazione che dovette dichiarare fallimento. Il nuovo appalto portò alla riapertura nel dicembre del 2015. Nel giugno del 2016, però, arrivò il nuovo stop. L’azienda non aveva pagato affitti per un totale di oltre 100 mila euro ed era stata messa alla porta dall’Amministrazione comunale. Anche perché, nonostante la consegna anticipata delle chiavi e il permesso di cominciare fin da subito, non aveva firmato il contratto.

Ma la guardia di finanza si era incuriosita per un altro aspetto: la Service Companies, a fronte di una base d’asta di 130 mila euro, si era aggiudicata l’appalto offrendone 205 mila. La seconda classificata si era fermata a 170 mila. La tangente, in base a quanto risulta dalle intercettazioni, sarebbe stata di poche migliaia di euro. Spiccioli che sono bastati per ammorbidire i controlli del pubblico ufficiale. E per mettere a segno una serie di colpi.

Prima di tutto ha potuto presentare della documentazione falsa e incompleta: non veniva specificato che l’amministratore veniva da un precedente fallimento, si mentiva sulla capacità di servire pasti e bevande così come previsto dal capitolato, si consegnava una polizza fidejussoria (da 32 mila euro) emessa da un intermediario non abilitato. Non solo. Avendo appreso l’ammontare delle offerte presentate (il 20 maggio 2015) dalle altre quattro concorrenti, ha potuto ritoccare la propria in modo conveniente. Il Comune, non avendo incassato né l’appalto, né gli affitti né la polizza, adesso è parte offesa di una truffa.

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