Cronaca Italia

Tragedia del Vajont: prete la predisse 18 anni prima. Misterioso sogno di don Bortoluzzi

Tragedia del Vajont: un prete la predisse 18 anni prima. La storia di Guido Bortoluzzi

Longarone. ANSA/ VITTORIO RUSSO

PORDENONE – Predisse la tragedia del Vajont con 18 anni di anticipo. Nel 1945 Guido Bortoluzzi, parroco bellunese attivo a Casso, fece un sogno premonitore molto particolare. Ebbe la “visione” di una colossale frana del Monte Toc, che avrebbe provocato migliaia di morti e sfollati. Una descrizione che sembrerebbe corrispondere a ciò che avvenne quasi 20 anni dopo in quella zone del Friuli-Venezia Giulia. Il Monte Toc divenne infatti tristemente famoso per il disastro del Vajont, quando il 9 ottobre 1963 una frana cadde nel lago artificiale sottostante, straripando oltre la diga costruita tra il 1957 e il 1960. Un evento che portò alla distruzione di diverse frazioni di Erto e Casso e Longarone, provocando oltre 1910 morti.

Come si legge sul Messaggero Veneto, nessuna autorità credette alle allarmanti parole del parroco, venuto a mancare nel 1991. Inutile l’invio di lettere a sindaci, vescovi e giornali, perché le carte vennero cestinate o andarono perdute. D’altra parte non è possibile puntare il dito contro le amministrazioni locali, che avrebbero dovuto prendere dei provvedimenti a seguito della visione notturna di un prete. Certo è che la vicenda di Guido Bertoluzzi rimane avvolta dal mistero. A metà degli anni ’40, quando il parroco ebbe il suo sogno, solo al Ministero dei Lavori pubblici si aveva conoscenza del progetto di costruire una diga sul Vajont. Ipotizzare che il religioso abbia avuto una “soffiata” è assai improbabile. E’ allo stesso tempo impossibile dare un valore storico o scientifico alle parole di Bortoluzzi. La pensa diversamente Don Matteo Pasut, storico prete di Erto, desideroso di rendere giustizia al collega bellunese:

“Altro che visionario, don Guido era un vero mistico che predisse il Vajont con chiaroveggenza e che merita di essere ricordato per il suo impegno sociale”. “Glielo dobbiamo di cuore perché cercò in tutti i modi di evitare duemila vittime – racconta don Matteo –. Lo presero per pazzo. Anzi, continuano a denigrarlo e ciò non va bene. Tutti noi che abbiamo conosciuto da vicino le vicende della catastrofe dobbiamo fare la nostra parte, documentando e testimoniando la sua umanità”.

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