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Uranio impoverito: Stato condannato, militari senza tutele

ROMA – Uranio impoverito: per questo Lorenzo Motta, militare della Marina, oggi passato nei ruoli civili del ministero della Difesa a causa della sua malattia,si ammalò del Linfoma di Hodgkin , per avere inalato e toccato polvere di uranio impoverito durante missioni militari in Somalia e Golfo Persico. Così il Consiglio di Stato, quarta sezione, ha confermato la sentenza del Tar del Lazio, che ha condannato lo Stato italiano a risarcire, non si sa ancora con quanti euro, Lorenzo Motta,

“tramite il Ministero della Difesa e quello di Economia e Finanze a risarcire Lorenzo, riconoscendo di fatto, oltre a una serie di illeciti amministrativi, la causa di servizio, legata alla mancanza di impiego di attrezzatura adeguata, nonostante una circolare internazionale che ne obbligava all’utilizzo”,

come spiega il sito Dipendenti statali.

Sembrano vicende del passato remoto, dei soldati italiani lasciati a marcire nelle trincee, abbandonati nelle mani dei russi o degli inglesi, senza che qualcuno degli alti comandi si fosse mai preoccupato di come portare a casa quei ragazzi in caso di ritirata. Sembra che sia ancor oggi così. Incapacità, burocrazia, incompetenza?

Lorenzo Motta, precisa Ansa.it

“avrebbe contratto il Linfoma di Hodgkin, un tumore alle ghiandole linfatiche, perché esposto all’uranio impoverito durante la sua attività in servizio in territori toccati dall’unità navale su cui era imbarcato. Originario di Palermo, Lorenzo Motta ha partecipato fin dai primi anni Duemila a diverse missioni italiane all’estero e nel 2006 aveva chiesto al Ministero della Difesa che fosse riconosciuta la dipendenza della patologia da causa di servizio. Già il Tar del Lazio aveva accolto la sua richiesta e ora il Consiglio di Stato, con una sentenza dello scorso 29 febbraio, lo ha confermato accogliendo le tesi difensive sostenute dai legali Pietro Gambino del Foro di Sciacca (Agrigento) ed Ezio Bonanni (presidente dell’Ona) del Foro di Roma.
L’Ona da tempo assiste tutti i militari ed ex militari esposti e vittime dell’uranio impoverito e di altri cancerogeni e patogeni e ha proposto ulteriori ricorsi giudiziari già in corso di notifica. “L’utilizzo dei proiettili con uranio impoverito nei militari – afferma la onlus – si somma al rischio di esposizione all’amianto. Le alte temperature polverizzano anche i materiali contenenti amianto presenti nei mezzi corazzati e blindati e nelle stesse strutture ed installazioni con cemento amianto, quest’ultimo utilizzato anche come ignifugo, e quindi si è venuto a determinare un sinergismo diabolico tra amianto e uranio che è ancora misconosciuto all’opinione pubblica e non tenuto in adeguata considerazione ai fini preventivi, diagnostici e risarcitori”.

Alessandra Ziniti ha intervistato per Repubblica Lorenzo Motta, il quale ricorda:

“Avevo 24 anni quando mi hanno diagnosticato il linfoma, oggi che ne ho dieci di più e sono ancora vivo l’unica cosa che mi sta a cuore è garantire il futuro dei miei quattro figli. Perché oggi, grazie a Dio sto benino, ma non so cosa potrà accadere domani. E questa sentenza, finalmente, rende giustizia a me e ai tanti che come me si sono ammalati per servire la patria. […]
“Nel mio corpo, come ha stabilito in maniera incontrovertibile la biopsia sul mio midollo osseo e su un linfonodo che mi è stato tolto, circolano ancora particelle di svariati metalli, bario, acciaio, oro, rame, che la sentenza dei giudici amministrativi hanno definito “frammenti di particelle micrometriche da polverizzazione di uranio impoverito”.
“Per tre anni ho partecipato a tutte le più importanti missioni all’estero della Marina, Grecia, Turchia, Gibilterra, Golfo Persico, Marocco, Afghanistan, operazioni antiterrorismo e antipirateria, dove – come abbiamo purtroppo scoperto solo dopo e come ha accertato la sentenza – si faceva uso di uranio impoverito nelle munizioni anticarro e nelle corazzature di alcuni sistemi di armamenti.
“A luglio 2005, sentii una pallina nel collo, nessuno capiva cos’era fino a quando a dicembre mi operarono d’urgenza e dai controlli venne fuori che la malattia si era propagata già fino al torace e all’addome. E lì è cominciato il mio calvario: 16 cicli di chemioterapia e 35 di radioterapia, proprio nel momento in cui mia moglie era rimasta incinta. Tutto potevo pensare tranne che la Marina nel giro di tre mesi mi lasciasse senza stipendio. E invece è successo proprio questo. Improvvisamente mi sono ritrovato sfrattato da casa e nell’impossibilità di pagare persino le visite per la gravidanza di mia moglie.
“Sono rimasto senza stipendio per un anno esatto. Appena ho potuto, il 15 ottobre 2006, esattamente il giorno in cui nasceva la mia prima figlia, sono dovuto partire per Taranto per un corso che mi avrebbe reinserito in servizio. Da lì mi mandarono ad Augusta dove i medici mi hanno ritenuto non idoneo al servizio, facendomi transitare nei ruoli civili del ministero della Difesa. Per sopravvivere e pagare i debiti ho dovuto trasferirmi a casa di mio padre a Torino. E ho deciso, assistito dai miei avvocati Pietro Gambino ed Ezio Bonanni di dare battaglia. Il Tar mi ha dato ragione e finalmente ora il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dei ministeri aprendo la strada al dovuto riconoscimento dei diritti dei tanti che, come me, si sono ammalati perché lo Stato che serviamo ci ha esposto a rischi che non avremmo dovuto correre. Ora spero in un risarcimento”.

DIpendenti statali.org spiega:

“Nessuno si ammala di uranio impoverito. L’uranio impoverito infatti è una lega, che alla temperatura di 3000 gradi rilascia una serie di metalli pesanti che, se vengono a contatto con l’uomo, provocano poi linfomi e tumori. La colpa dello Stato è quella di non aver tutelato i suoi figli in missione e di averli lasciati a contatti con queste particelle, nonostante fossero in dotazione tutte le attrezzature necessarie per evitarlo.

“Nel 2005, Lorenzo Motta nel pieno della sua carriera all’interno della Marina Militare come specialista nel sistema di combattimento Telecomunicatore, dopo diverse missione all’estero tra cui Afghanistan e Golfo Persico, gli viene diagnosticato il linfoma di Hodgkin. Iniziano 8 cicli di chemioterapia e 35 cicli di radioterapia, a cui si aggiunge una lettera della Marina Militare che comunica una riduzione delle sue competenze  del 50%, annunciando anche che, nel caso in cui la malattia si fosse protratta per altre 3 mesi, le competenze si sarebbero azzerate, così come lo stipendio.

“Le cure durano 17 mesi, durante i quali Lorenzo e la sua famiglia hanno dovuto fare i conti, come se non bastasse il tumore, anche con uno sfratto, legato proprio alla mancanza di stipendio. Inizia da qui una strada tutta in salita a livello professionale e personale, tra perizie del centro Nanodiagnostics dell’Università di Modena e trasferimenti se non intimidatori, quantomeno poco pertinenti considerata la situazione.

“Si arriva così al 2010 quando il comitato di verifica del ministero dell’economia e delle finanze trasmette per conto del Ministero della Difesa parere negativo rispetto alla causa di servizio, che avrebbe dato a Lorenzo accesso a una serie di facilitazioni anche di carattere economico. Il Ministero della Difesa trasforma in tutta fretta il parere del comitato in decreto, formalizzando di fatto la non causa di servizio, credendo erroneamente di porre la parola fine a questa vicenda.

Invece LorenzoMotta, con il suo avvocato si rivolge al Tar, ultima speranza, anche a seguito di una serie di illeciti burocratici commessi dai vari ministeri nell’emissioni dei pareri e dei decreti negativi.

La sentenza e storica. Non c’è dubbio. Il Tar condanna lo stato italiano tramite il ministero della difesa e quello dell’economia e delle finanze a risarcire Lorenzo, riconoscendo di fatto, oltre a una serie di illeciti amministrativi, la causa di servizio, legata alla mancanza di impiego di attrezzatura adeguata, nonostante una circolare internazionale che ne obbligava all’utilizzo”.

Secondo Dipendenti statali.org, l’importanza della sentenza

“è storica e crea un precedente certamente scomodo per lo stato italiano. Ci sono ancora centinaia di militari malati, molti altri che non ce l’hanno fatta ed altri ancora che non hanno avuto la forza e la costanza di Lorenzo Motta nel combattere un gigante che nei fatti è stato il loro stesso padre. Quel padre al quale hanno gridato a piena voce e con il braccio teso LO GIURO, per poi essere ringraziati così. […]

 

“Si può pensare che se lo Stato che servi per anni con diligenza e fedeltà ti tradisce, diventa lecito odiarlo, denigrarlo e non rispettarlo più. Ma chi è militare, lo rimane per sempre. Nonostante tutto. Anche senza la divisa”.