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Valentina Milluzzo, ispettori Lorenzin: “No obiezione, trattamento adeguato”

CATANIA – Valentina Milluzzo ha ricevuto un trattamento adeguato. E il medico che l’ha curata non era obiettore di coscienza. E’ la conclusione a cui sono arrivati gli ispettori inviati dal ministro della Salute Lorenzin all’ospedale di Catania dove il 16 ottobre scorso è morta Valentina, 32 anni, incinta di due gemelli al quinto mese. Secondo gli ispettori “non c’è stata nessuna obiezione di coscienza”. Stando a quanto si legge nella relazione finale “Il trattamento è stato adeguato dal momento del ricovero”.

Una versione che combacia con quella del primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro, Paolo Scollo, che ha detto: “Il medico ha indotto il secondo aborto con l’ossitocina, quindi non c’è proprio la base per parlare di obiezione di coscienza”. Il medico si dice “sorpreso e stupito per quello che sta accadendo. Nel momento in cui il medico, dopo il primo aborto spontaneo – ricostruisce il prof. Scollo – induce il secondo parto abortivo con ossitocina, come si può parlare di obiezione di coscienza? Da cosa nasce l’enfatizzazione del medico obiettore di coscienza? Ha fatto quello che andava fatto secondo riconosciuti protocolli medici internazionali”.

Valentina è stata ricoverata il 29 settembre scorso dopo un malore ed è morta 17 giorni dopo. Una lenta agonia descritta dal marito della giovane donna, Francesco Castro, che sulla morte della moglie racconta altro. Anzitutto Castro, 30 anni, conferma la frase che avrebbe pronunciato il medico che aveva preso in cura la donna: “Finché c’è battito non intervengo, sono obiettore di coscienza”.

“L’hanno sentita i miei suoceri e i parenti di una signora ricoverata nella stessa stanza. Il mio avvocato, Salvatore Catania Milluzzo, li sta cercando. Come spero faccia chi indaga”. Castro ricostruisce le ultime settimane della giovane moglie:

“Dopo cinque mesi dalla gravidanza assistita è stato necessario il ricovero avvenuto il 29 settembre. Ma nessuno fino al 15 ottobre dice che c’è un problema. Quella mattina alle 9:30 dal suo letto mi telefona: “Ho la febbre alta, spero scenda…”. E corriamo da Palagonia dove viviamo tutti. Cinquanta chilometri di corsa”. Arrivato in ospedale, Castro trova la moglie che vomita, in preda a “dolori fortissimi”. Ma “senza un medico presente”.

Solo l’infermiera che comunica che il dottore è in sala parto. Alle 15 il letto di Valentina viene portato in una sala vicina al pronto soccorso, ma, secondo la testimonianza di Castro, la moglie verrà visitata solo alle 18, quando “abbandonata in un angolo, collassata, gelata, temperatura 34 gradi, con 50 di pressione minima”, viene notata da un medico che le “somministra ossigeno e si accorge della sofferenza dei feti. ‘Ma batte il cuore’, dice. ‘Sono obiettore’”. A quel punto a Valentina viene fatta un’ecografia. Si pensa ad una colica renale, ma così non è. La situazione si aggrava. Arriva il primo aborto spontaneo. Poi il secondo. Infine, racconta Castro, “alle tre del mattino, si procede alla pulizia e il medico esce dalla sala: “C’è una infezione, è grave…”. Corrono in rianimazione, noi preghiamo ma alle due del pomeriggio di una domenica terribile Valentina non c’è più”.


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