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Valentina Tarallo, caccia al killer: nero, giovane, 1,90…

GINEVRA – Giovane, di colore, alto almeno un metro e novanta. E’ il primo sommario identikit dell’uomo che ieri 12 aprile ha ucciso a sprangate Valentina Tarallo, una giovane ricercatrice torinese che viveva e lavorava a Ginevra. Valentina, forse, è morta in modo atroce solo per aver agito d’istinto: davanti al suo killer, a quello che sembrava un banale scippo, si è difesa. Ha cercato di trattenere la sua borsa, l’ha stretta. Il suo assassino a quel punto ha infierito e l’ha lasciata senza vita in una pozza di sangue vicino alla metropolitana.

Ma non è affatto detto che si sia trattato di rapina. Nella mattinata di oggi spunta una pista completamente nuova. Racconta Franco Zantonelli su Repubblica che forse si è trattato di tutt’altro, che forse Vanessa conosceva il suo assassino e con lui potrebbe aver avuto una relazione. La pista della rapina, insomma, vacilla. Anche perché vicino al suo corpo la polizia ha trovato lo zaino e il portafogli:

L’omicida, a quanto fatto trapelare la polizia, non sarebbe un balordo, come ipotizzato in un primo momento, bensì un uomo che Valentina conosceva. Si tratterebbe, addirittura, di una persona, un giovane africano, con cui la ricercatrice avrebbe avuto una relazione. “C’è però massima cautela su questo aspetto, per una questione di evidente delicatezza”, spiegano al quotidiano Tribune de Geneve.

Agghiacciante il racconto di un testimone riportato da La Stampa:

«Stavo tornando a casa. C’era un corpo sull’asfalto, tentavano di rianimarlo. Per terra c’era una sbarra di ferro, lunga circa mezzo metro. Forse di più. Sembrava un pezzo di una scala. Sembrava molto pesante. Ho visto gli agenti infilarla in una sacca e portarla via».

Sempre La Stampa, nel pezzo firmato da Massimiliano Peggio e Andrea Rossi, ricostruisce l’omicidio:

Erano le undici di sera. Valentina camminava, le strade erano vuote. Un uomo che abita al 22 di avenue de la Croisette racconta di aver sentito un urlo e poi il rumore del ferro che sbatte contro l’asfalto. Si è affacciato e ha visto una ragazza sfigurata accasciata su un’auto. Ha chiamato i soccorsi. Hanno provato a rianimare Valentina per quarantacinque minuti. È morta lì, sul selciato di un quartiere dove ora tutti si dicono sgomenti. Quartier de l’Hopital, si chiama questa zona di palazzine e lunghi viali che portano verso il lago e gravitano intorno a quattro strutture sanitarie: l’ospedale del Cantone, l’ospedale pediatrico, la clinica de la Colline e l’ospedale universitario. Lì lavorava Valentina: era una ricercatrice al dipartimento che si occupa di Fisiologia cellulare e metabolismo. «Era una ragazza brillante e studiosa, ben integrata nel gruppo», racconta il professor Franco Merletti, direttore dell’Unità di Epidemiologia della Città della Salute dove Valentina ha fatto la tesi. «Aveva talento, ero stato io a proporle il centro di ricerca di Ginevra, una realtà di primo livello da cui avrebbe potuto trarre il meglio per i suoi studi molecolari».

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