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Vincenzo Dimonte, genio a Harvard, scartato dal Politecnico

Vincenzo Dimonte, cervello in fuga selezionato tra i 24 meritevoli di tornare in Italia, va bene per Harvard e Vienna, non per il Politecnico di Torino che lo scarta

TORINO – Vincenzo Dimonte di professione è un logico-matematico di 33 anni, si è laureato ad Udine, appartiene a quella speciale categoria di cervelli in fuga dall’Italia per cercare all’estero apprezzamento e opportunità di livello per fare ricerca. Insegna infatti a Vienna, fa ricerca ad Harvard.

Da un paio di anni fa parte di quel club accademico ancora più esclusivo dei cervelli in fuga che si sono decisi a tornare in Italia: è uno delle 24 intelligenze al servizio di università straniere che il nostro paese ha selezionato per consentire agli atenei italiani di arruolarlo, pagandogli tre anni di contratto in linea con gli standard più elevati, co-finanziando il resto della carriera.

Un bell’investimento per l’ateneo italiano che lo arruola, praticamente a costo zero per i primi tre anni, interamente regalato dallo Stato. Vincenzo Dimonte è uno che a Vienna è nel gruppo di studio che si occupa di “very large cardinals”, segnala Andrea Rossi su La Stampa, parliamo dei problemi e dei teoremi che non si riescono a risolvere e ai quali il gruppo deve fornire nuovi enunciati, originali metodi risolutivi.

E’ tornato, ha scelto di lavorare al Politecnico di Torino, ha atteso con pazienza che venisse audito ed esaminato, è infine rimasto deluso. Perché, a dispetto di Vienna, di Harvard, della commissione nazionale che lo ha selezionato, del ministero, del rettore e del cda del Politecnico, per il direttore del dipartimento di matematica Fabio Fagnani, “è un valido ricercatore, ma non un’eccellenza”.  Un po’ come il ministro Stefania Giannini che si complimenta su Facebook per le borse di studio vinte dai ricercatori italiani che, senza che il ministro mostri di accorgersene, i soldi vinti per finanziare la loro ricerca vanno a spenderli ovunque tranne che in Italia.

Vincenzo Dimonte è all’altezza per fare ricerca ad Harvard, lo è per una commissione di esperti, per il ministero, ma non per l’università che ha scelto. «Ho provato a chiedere ulteriori spiegazioni, ma nessuno mi ha risposto». A quasi due anni dal bando lavora ancora a Vienna. Ripiegherà su un’altra università, ma è avvilito: «Il progetto era lodevole, ma è uno sforzo inutile se non si sradicano dalle università gli atteggiamenti di chiusura verso chi arriva da fuori. Oggi dissuaderei i miei colleghi dal tornare in Italia: non si può fare ricerca in un ambiente ostile». (Andrea Rossi, La Stampa)