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Virus Zika, italiana incinta: Ha mangiato cervello del bimbo

VERONA – Virus Zika, italiana incinta: Ha mangiato cervello del mio bimbo. Si chiama Sofia ed è stata la prima donna italiana a contrarre il virus zika durante la gravidanza. Una esperienza incubo, terminata nel modo peggiore: Pietro (il piccolo già aveva un nome) ha smesso di muoversi prima di nascere. Prima che Sofia potesse decidere se farlo nascere o meno. Tutto si è consumato velocemente: le prime ecografie normali, poi le prime macchie, il feto troppo piccolo, le macchie e quelle cisti, sempre più grandi “che si mangiavano il cervello”.

Sofia ha raccontato il suo calvario in una lunga e toccante intervista a Tiziana De Giorgio per Repubblica. Un calvario che inizia in Brasile e si chiude a Lubiana, in Slovenia, in un cimitero per bambini mai nati. Grande assente l’Italia

“Un inizio di gravidanza difficile ma normale”, racconta seduta su una panchina davanti al lago di Garda, luogo della sua infanzia. Mentre i suoi grandi occhi verdi e profondi fissano l’acqua. “Fino a quando non sono arrivate quelle bolle”.

Sono le bolle di zika. Ma in quel momento se ne sa poco o nulla. E Sofia passa da un medico all’altro.

Ha chiamato un medico?
“La mia ginecologa di Natal. Al telefono mi ha detto: “Stai tranquilla, dovrebbe essere il nuovo virus, si chiama Zika”. Non avevo mai sentito quel nome in vita mia. Ma lei mi ha rassicurato: “Passa nel giro di qualche giorno, non devi fare nulla”. Mi sono fidata”.

È andata così?
“Dopo tre giorni era scomparso tutto, sono tornata alla normalità. Dalle visite successive ho scoperto che era un maschio. Vedevo il suo corpicino: “Va tutto bene”, mi dicevano i medici durante i controlli. L’ho chiamato Pietro da subito”.

Sofia torna in Italia. Vuole che Pietro nasca nel suo paese. Ma anche qui è un pellegrinaggio da un ospedale all’altro:

“Hanno fissato per la settimana successiva un’ecografia di terzo livello. Ma il tempo passava. Comunque, è qui che una dottoressa, all’improvviso, ha sgranato gli occhi. “E queste cosa sono?”, ha detto fissando il monitor. Indicava la testa di Pietro”.

Cosa aveva visto?
“Delle macchie. Non capiva cosa fossero. L’abbiamo scoperto il 23 settembre con una risonanza magnetica fatta la Policlinico. Le loro parole, quando è arrivato l’esito, non le dimenticherò mai”.

Mi racconti cosa c’era scritto in quell’esito, Sofia.
“Ancora prima di poterlo leggere, una dottoressa mi ha messo una mano sulla spalla. Mi ha detto che ero giovane, che avrei potuto avere tutti i figli che desideravo. In futuro”.

Perché in futuro? Cos’aveva Pietro?
“Il suo cervello era pieno di cisti. Era come se un tarlo si fosse mangiato i suoi tessuti. Mi hanno spiegato che non avrebbe potuto vedere, sentire. E nemmeno parlare”.

Di Zika, però, i medici non sanno praticamente nulla. E nulla decidono, se non consigliarle di andare in Slovenia dove “si può” quello che in Italia non si può:

“Avevo fatto tutte le analisi per le malattie tropicali come la Dengue. Negative a tutto. Nel frattempo mi ero documentata, continuavo a ripetere ai dottori che venivo da un paese dove c’era un virus di nome Zika. Mi hanno detto che non c’era letteratura, che non ne avevano mai sentito parlare”.

Cosa hanno deciso di fare i medici a quel punto?
“Non hanno deciso niente. Mi hanno lasciata sola. Domandavo se il mio bambino sarebbe stato un vegetale, se aveva speranze di vita. Nessuno si sbilanciava. Ma mi hanno fatto capire che sarebbe stato meglio abortire. A quel punto però era al settimo mese. “In Italia non possiamo”, hanno detto. Poi, quasi di nascosto, mi hanno dato un foglio”.

Che c’era scritto?
“L’indirizzo del Centro clinico universitario di Lubiana, in Slovenia: “Lì si può fare, vada lì””.

E lei è partita per Lubiana.
“Ero disperata, nessuno mi dava risposte. Quando sono arrivata, il 12 ottobre, è stata istituita una commissione medica per me. In Italia, niente di tutto questo. Ma si sono accorti che Pietro nel frattempo aveva smesso di muoversi”.

Pietro non è mai nato?
“Sono stata indotta al parto il 15 ottobre, il suo cuore non batteva più. Ho solo queste impronte del piede e della mano che mi ricordano mio figlio. I suoi tessuti li ho donati ricerca: un mese più tardi mi hanno mandato risultati dell’autopsia. Nel suo cervello hanno trovato, per la prima volta in Europa, il virus Zika. Il mio caso è stato pubblicato sulla rivista inglese specialistica New England Journal of Medicine con il titolo: “Zika virus associated with microcephaly””.