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Vittorio Sgarbi e Gasparri esultano: ingiuria non reato ma..

Vittorio Sgarbi e Maurizio Gasparri giudicano bene che la ingiuria non sia più reato penale ma illecito civile, ma non pensano a multe e risarcimenti

ROMA – Vittorio Sgarbi esulta, esulta anche Maurizio Gasparri perché l’ingiuria non è più reato da galera ma solo “illecito civile”. Come ha deliberato il Consiglio dei ministri di venerdì 15 gennaio, una multa da 100 a 12 mila euro e un risarcimento danni che sarà fissato da un giudice civile sostituiranno una pena detentiva che non risulta sia mai stata scontata. Che poi sia un toccasana resta da dimostrarlo: procuratore della Repubblica o giudice di pace con un avvocato comunque ci dovrai andare e, per quanto riguarda risarcimenti e indennizzi, l’esperienza insegna che i giudici civili sono sempre più di manica larga verso le presunte vittime dei più navigati e accorti giudici penali.

Respirano però di sollievo molti magistrati del penale. La litigiosità degli italiani aveva intasato i tribunali: bastava dare dello stronzo a un collaboratore infedele per finire sotto inchiesta giudiziaria.

Ora i politici restano liberi di ingiuriare il prossimo senza risvolti penali, i giornalisti continuano a rischiare la galera per le notizie sui politici.

Come precisa Marina Crisafi di Studio Cataldi,

“il reato di ingiuria viene abrogato e trasformato in illecito civile, insieme ad altre fattispecie del codice penale (come il falso in scrittura privata, la falsità in foglio firmato in bianco tra privati, la sottrazione di cose comuni da parte del comproprietario e l’appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose ricevute per errore o caso fortuito). Per tutte queste fattispecie, la persona offesa non dovrà più sporgere querela ma rivolgersi al giudice civile per il risarcimento del danno. La forbice è da un minimo di 100 a un massimo di 12mila euro”.

Insultare il prossimo non sembra promettere di diventare attività a poco prezzo. Vedrete che alla fine chi ci ha guadagnato è solo la macchina dello Stato, quella che amministra la Giustizia. Sarà un risparmio gradito per i contribuenti, se non troveranno il modo di spenderli comunque.

Vittorio Sgarbi, però, ha botta calda ha espresso entusiasmo. Di recente è stato in ospedale per problemi di cuore ma lo hanno presto dimesso. A Fabrizio Roncone del Corriere della Sera che lo ha intervistato, ha esclamato trattarsi di

 “una notizia bellissima!. Mi sembra una decisione molto civile quella presa dal governo: e lo dico io, dall’alto della mia esperienza di imputato… Perché, accusato di “ingiurie”, ho dovuto affrontare oltre 400 processi e guardi, le dico, ho fatto i calcoli: tra avvocati e condanne avrò speso circa 3 milioni di euro…”.

Un caso famoso, ricorda Fabrizio Roncone, fu quello dei

“30 mila euro versati da Vittorio Sgarbi a Marco Travaglio per la frase: «Siamo un grande Paese con un pezzo di merda come te»; e poi altri 35 mila quando — qualche mese dopo — precisò: «Mi correggo. Travaglio non è un pezzo di merda. È una merda tutta intera»”.

Nella telefonata si è inserito anche Berlusconi, che presso Sgarbi si trovava in quel momento:

“Questa depenalizzazione mi sembra proprio una buona cosa un po’ per tutti… Ma, naturalmente, lo è un po’ di più per il nostro caro amico Vittorio, che è stato uno dei più perseguitati d’Italia…”.

Fabrizio Roncone ha anche interpellato Maurizio Gasparri, vice presidente del Senato, noto per vantarsi di essere stato il primo ad essere citato a giudizio per “ingiuria” pubblicata su Twitter:

“Ebbi uno scambio di cinguettii sulla “trattativa Stato-mafia” con un ricercatore universitario. Il quale, poi, pubblicò il tweet che gli avevo spedito in privato. La vicenda si trascina da quasi tre anni… Detto questo, se avessi citato tutti quelli che mi hanno offeso nell’ultimo ventennio, sarei ricco…”.

Ricorda Fabrizio Roncone che il tweet di Gasparri fu:

“Ignorante presuntuoso fai vomitare”.

Diverso il caso dei tre giovani di un centro sociale che

“andarono a disturbare il volantinaggio organizzato dalla Lega in un mercato rionale di Torino. C’era anche Mario Borghezio, gli urlarono: «Fascista, assassino, razzista». Denuncia, processo, assoluzione. «Certi epiteti — stabilì il tribunale — sono diventati linguaggio comune nella politica»”.

Altro precedente, che risale al 1993, con Francesco Rutelli candidato a sindaco di Roma:

“Un giornalista chiama Bettino Craxi, già in Tunisia. Lei, Presidente, per chi voterebbe? E lui: «Per Rutelli». Rutelli commenta dicendo che Craxi preferirebbe vederlo in galera.
Passa qualche tempo, e Stefania Craxi, figlia di Bettino, incontra Rutelli in un ristorante. «Sei un grandissimo stronzo!». Denuncia, processo, condanna: a pagare 50 mila euro. Che, però, la Craxi riesce a farsi rateizzare. E, sul retro di ogni bollettino postale, alla voce «causale», scrive: «Per aver dato del grandissimo stronzo a Francesco Rutelli»”.