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Yara Gambirasio, Telese: “Bossetti va assolto perché…”

ROMA – “Massimo Bossetti va assolto e vi spiego perché….”. Luca Telese dalle pagine di Libero scrive in difesa del carpentiere di Mapello, unico indagato e accusato per l’omicidio di Yara Gambirasio.

Bossetti che è scoppiato a piangere in aula, per la prima volta. Come scrive Telese:

E alla fine, incredibilmente, arrivarono le lacrime più inaspettate del processo Yara, quelle dell’ imputato. Come uno schianto, un crollo, qualcosa che si rompe, un cristallo che si sgretola. Il coordinatore della difesa, Roberto Bianco, seduto al fianco gli porge un fazzoletto, lo rincuora. Nulla. Lui, imbottito di psicofarmaci, sorvegliato a vista in queste ore (dopo le lettere in cui manifestava propositi suicidi) se ne sta con gli occhi stretti come per trattenere i goccioloni, che invece corrono giù senza rimedio, come se non si potesse far nulla, come un rubinetto che perde. Nessuno le avrebbe anche solo immaginate, queste lacrime, sorvegliando durante le interminabili udienze il volto di Massimo Bossetti, marmoreo, imperscrutabile. Mai scalfito dalle emozioni in questi lunghi mesi, tranne due volte in cui era stato preso dall’ ira. Ma dolore e commozione, quelli fino a ieri mai. È vero che un processo è sempre un viaggio, e che ieri a Bergamo si avvertiva il dramma della fine che sta per arrivare. È qualcosa nell’ aria, qualcosa di impalpabile.

Il racconto di Luca Telese:

E dire che la mattina era iniziata così: Bossetti come sempre al suo posto, nell’ aula di Bergamo, in polo a maniche corte. A prima vista granitico, come sempre. Solo la demenzialità e la fame di notizie della nostra categoria può trasformare in un titolo per i contenitori della mattina un passaggio offerto alla moglie dall’ investigatore Ezio Denti: «Marita arriva in Porsche».
La grande accusatrice Letizia Ruggeri, invece, è lì vagamente cotonata, soffre e sbuffa, sul banco, per le accuse che le piovono sulla testa, durante la durissimo e sorprendente esordio di Claudio Salvagni: deve attendere le repliche a denti stretti. Una arringa come il bombardamento di un B52. Salvagni si appassiona, va all’ attacco, accusa: «Questa inchiesta è una follia! Una follia!». Ha messo tutto il cuore, nel suo j’ accuse contro le tante falle dell’ indagine, ha raccontato anche i dilemmi del collegio di difesa, i dubbi, il percorso consapevole che ha portato i difensori di Bossetti alla loro battaglia: «Sono padre di una ragazza, mi sono fatto tutte le domande: se avessimo trovato un solo elemento di colpevolezza, sia io che i miei colleghi avremmo abbandonato la difesa». Pausa: «Qui lavoriamo tutti gratis, non ci importa di diventare famosi, crediamo all’ innocenza di un uomo».

Quando c’ è la prima interruzione è come se suonasse il gong di un incontro di pugilato. Salvagni si alza, si gira, si toglie la toga. Ha la camicia azzurra di cotone ritorto metà celeste e metà blu scuro, perché zuppa di sudore. L’ aula è gremita come sempre, anzi di più: c’ è la fila fuori, per prendere il posto di chi esce. Salvagni sceglie una formula efficace: mettere in fila tutti gli episodi incongruenti, tutte le accuse cadute perché non hanno retto in dibattimento, illustrarne la debolezza.

Non si dilunga. Ma spiega e demolisce, punta l’ indice accusatore: «Sapevate che sulla sabbia comprata da Bossetti quello che stavate suggerendo, che servisse per una sepoltura, non era vero! Lo sapevate, anzi peggio: voi avevate la prova che non fosse così. Avevate l’ agenda del direttore dei lavori del cantiere di Bossetti, persino le foto della gettata. Ma – affonda l’ avvocato – non l’ avreste mai resa nota se non lo avessimo scoperto nel controinterrogatorio del teste. È grave!». Pausa: «Si conoscevano Yara e Bossetti? Non si conoscevano, ci dice il processo». Pausa: «Si sono parlati? Non c’ è traccia. Il giorno del rapimento Yara non comunica, nessun messaggio. Si sarebbero incontrati per una coincidenza?».

Mentre Salvagni si indaga i dettagli, l’ imputato-iguana, il muratore di Mapello, non mostra le emozioni che rivelerà durante l’ arrivo di Camporini. Parlotta con Bianco. Sussurri, brevi commenti. Salvagni diventa un caterpillar: «La calce nei polmoni di Yara non c’ è! Non c’ era! L’ avete messo nell’ ordinanza della custodia cautelare, e adesso sappiamo anche noi che non era vero!». Pausa. «E allora perché lo avete fatto? Anche qui vi serviva una suggestione. Poter dire che era stata rapita da qualcuno che lavorava nel mondo dell’ edilizia. Invece era solo silicio – aggiunge Salvagni sarcastico – il quarto elemento più diffuso sulla terra! Volevate dirci che era qualcuno che lavorava in cantiere».

Pausa, battuta ad effetto: «Invece avrebbe potuto essere benissimo anche un direttore di banca che ha portato il corpo in un cantiere! Ma a voi serviva quella suggestione». Salvagni e Camporini hanno messo a punto una strategia di attacco chiara. Si dividono in temi, si alternano, portando in Aula i loro diversi carismi, si compensano: uno passionale e duro affilato, l’ altro tecnico e riflessivo, concavo.

Per fortuna dell’ uditorio, non leggono, seguono un timone che è nelle mani di Bianco: 31 diversi temi, cinque pagine di sommario.
Salvagni e Camporini usano un’ immagine: «Avete costruito un puzzle suggestivo, pieno di tasselli. Ma quando una tessera non torna, l’ avete buttata via. Ebbene – attacca sarcastico – le celle telefoniche non tornano, la sabbia non torna, le testimonianze, gli orari non tornano: a furia di buttare via quello che non vi serviva nel vostro puzzle non combacia più nulla!». Non torna il famoso video dei furgoni illustrato in Aula dal colonnello Lago: «È stato un pacchetto dono, per tranquillizzare la gente, per avere il mostro, il , il mentitore seriale». Non torna la famosa «erba radicata», che serve all’ accusa per individuare il campo di Chignolo come luogo del delitto: «Lorusso sotto giuramento ha detto di averla vista, e persino che c’ è una foto agli atti. Bene, sapete che non c’ è!

Adesso sappiamo che non è vero, ha giurato il falso, per un ufficiale è gravissimo». Per Salvagni non torna nemmeno l’ uso delle intercettazioni: «Avete fatto credere che Bossetti sapesse che quella sera c’ era il fango, che si fosse tradito dicendolo alla moglie in carcere. Eppure leggendo la stessa trascrizione sapevate che spiegava a Marita: “Salvagni dice”. È una follia, una follia!». Non torna la scena del delitto: «Usando la stessa perizia dell’ accusa, vi abbiamo dimostrato che ci sono indizio per dire il corpo è stato manipolato!». Non tornano le perizie autoptiche: «Il corpo è parzialmente mummificato, corificato. Ma, curiosamente, lo è dall’ avambraccio in giù, e sul collo, per una porzione di pelle “a V”, come se Yara avesse una maglietta. Eppure quando è stata ritrovata indossava la felpa! È stata rivestita. Ma non potete dirlo – aggiunge l’ avvocato – perché sapete che Bossetti non avrebbe avuto in tempo di farlo». Non torna l’ idea del ritorno sulla scena del delitto: «Secondo voi l’ imputato andava lì rischiando di rimanere impanato? Oppure fermava il Daily e poi faceva su e giù con la carriola per coprire il cadavere di sabbia? Dopo quindici giorni?

Non ha senso! Ma vi serviva un’ altra suggestione». Non torna l’ inclusione sull’ osso mandibolare: «È quella più chiara.
Ma la può realizzare un destrorso come Bossetti? A me – scuote la testa Salvagni – pare molto strano, anzi impossibile».
Insomma, in questa aula in cui si ride, si piange e si combatte, ieri per la prima volta si è visto la grana dei due puzzle: quello mediatico del grande racconto, la tesi dell’ accusa. E quello delle tante «tessere gettate», le prove processuali che non tornano. Ma quando Camporini spiega lo studio maniacale fatto sugli orari delle telecamere, è una tessera importantissima che inizia a ballare. Se la tesi che vi spiego domani è vera, i conti non tornano più.

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