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YOUTUBE Terremoto, così il Mar Adriatico sparirà tra milioni di anni

ROMA – Perché così tanti terremoti stanno colpendo l’Italia centrale? L’Italia appartiene alla “placca eurasiatica” sulla quale preme quella africana in direzione nord. L’attrito tra le due placche, africana e euroasiatica, provoca i terremoti che in questi anni stanno colpendo la zona appenninica. La placca africana alla fine, come spiegano gli esperti in queste ore, spingerà la costa est dell’Italia, quella adriatica, ad avvicinarsi sempre di più a quella balcanica trasformando tra milioni di anni il Mar Adriatico in un canale sempre più stretto.

“L’Italia continua a viaggiare lungo la rotta imboccata circa otto milioni di anni fa, quando l’espansione del Mar Tirreno iniziò a spingere il nostro Paese verso est. Da allora la Penisola, schiacciata tra le placche africana ed euroasiatica, si è spostata in direzione dei Balcani. Mentre la costa tirrenica rimane stabile, «quella adriatica, con la catena appenninica, si sposta verso l’ex Jugoslavia di almeno cinque metri ogni mille anni”, racconta Stefano Salvi, ricercatore del Centro Nazionale Terremoti (Ingv). Ciò vuol dire che da qui a venti milioni di anni Rimini e Pola potrebbero unirsi.

“È chiaramente un evento legato al terremoto del 24 agosto – dice il sismologo Massimo Cocco dell’Ingv parlando delle scosse che ieri hanno colpito di nuovo l’Italia centrale – Chiaramente. Una sorta di prosieguo di quell’evento. Possiamo dire che si è innescata qualche altra struttura, qualche faglia situata all’estremità nord-occidentale dell’area interessata dal sisma di Accumuli/Amatrice. Si è attivata una faglia su un sistema contiguo. E sì, la causa è da ricercare nella sequenza partita il 24 agosto che ha rotto gli equilibri in un intero segmento di Appennino”.

È un evento inusuale?

«Una doppia scossa, in rapida successione, con la seconda più forte della prima, era una eventualità possibile. Anzi, nelle faglie dell’Appennino centrale capita relativamente spesso».

E quindi, se capita non di rado, non si poteva in qualche modo prevedere, almeno statisticamente?

«Ovviamente no. Dopo la scossa da 5.4, la prima, non avrei saputo dire in alcun modo che di lì a breve ne sarebbe arrivata una seconda, più forte. La prima scossa ha perturbato ulteriormente il volume crostale e ha innescato la seconda».

Repliche intense sono comunque tutt’altro che rare.

«Certo. Ma su un piano statistico. È successo ad esempio nel 1976 in Friuli dove tre mesi dopo la prima scossa ce ne fu un’altra di magnitudo importante. O ancora, nel 1997 nelle Marche o in Emilia Romagna dove, dopo il sisma del 20 maggio 2012, ci fu un altro evento di magnitudo confrontabile il successivo 29 maggio. È successo molte, molte volte che terremoti di energia importante come quello del 24 agosto abbiano generato altri eventi sismici di forte magnitudo, anche a volte paragonabili a quello che ha iniziato la sequenza».

Il fatto che siano scosse così ravvicinate e paragonabili fa intuire lo sviluppo futuro della sequenza sismica?

«Purtroppo no. Molta energia è stata rilasciata, e in breve tempo, ma è da prevedere che la sequenza sarà intensa, di scosse ce ne saranno ancora, causate dalla struttura sismogenetica che si è rotta».

Si può capire qualcosa sulle strutture interessate?

«È ancora presto. Molto presto. Parliamo di strutture piuttosto profonde, diciamo tra gli otto e dieci chilometri di profondità c’è stato uno spostamento verso nord rispetto al sisma del 24 agosto. Se ci si limiterà a questo o se a cascata verranno interessate a loro volta altre faglie, nessuno lo può dire. Dobbiamo studiare i dati strumentali per capire di più e meglio. La sola previsione che mi sento di fare è che la sequenza sismica non sarà breve e quindi per le popolazioni interessate serve la massima prudenza e seguire le indicazioni delle autorità».

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