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Amina Al-Jeffery rapita dal padre e tenuta in gabbia: “Troppo occidentale”

LONDRA – Una studentessa gallese “colpevole” di avere un comportamento contrario alla religione islamica è stata rapita dal padre e rinchiusa in una gabbia in Arabia Saudita per 4 anni. Questa la storia che emerge dalla prima udienza del caso di Amina Al-Jeffery, nata a Swansea, e successivamente a 16 anni è stata condotta in Arabia Saudita poiché suo padre, un docente universitario, non era d’accordo con il suo stile di vita occidentale.

Da allora, nella casa di suo padre a Jeddah, è stata tenuta come una prigioniera, lontana dalla sua famiglia. L’FMU del Foreign and Commonwealth Office, afferma che le autorità saudite non riconoscono la cittadinanza di Amina e “devono essere fatti dei passi per assicurare che torni nel Regno Unito, dove può esserle garantita la sicurezza”.

Mohammed Al-Jeffery, il padre di 62 anni, lavora presso la King Abdulaziz University di Jeddah ha ricevuto dei finanziamenti statali dal governo saudita, al fine di opporsi alla disposizione della Corte Suprema di far tornare la figlia in Gran Bretagna. Padre di nove figli, Al-Jeffery si era trasferito a Swansea prima della nascita di Amina. La famiglia ha ricevuto dei benefits e i figli sono stati istruti nelle scuole e nelle università britanniche, scrive il Daily Mail.

Henry Setright, che rappresenta Amina, ha detto che suo padre l’aveva condotta in Arabia Saudita perché disapprovava i suoi “rapporti e il suo comportamento”. La giovane, ora 21 anni, è rimasta rinchiusa in una gabbia da quando il padre si è allontanato dalla famiglia, abusata fisicamente, privata di cibo e di acqua e del permesso di sposare l’uomo che voleva, è emerso in tribunale. Setright ha detto che suo padre riteneva sua figlia come “qualcuno che si ha il dovere di controllare, tra cui la sua libertà di movimento”.

Ad Al-Jeffery, dal tribunale era stato ordinato di accompagnare la figlia al consolato britannico, in modo che potesse avere una conversazione confidenziale con i suoi avvocati ma l’uomo ha rifiutato finché non ha ricevuto la garanzia, da parte del Foreign and Commonwealth Office, che a sua figlia non sarebbe stato concesso “asilo”.

Ad Amina era stato permesso di partecipare a una precedente riunione in un el, con il personale del consolato e la supervisione di una persona alle dipendenze del padre. La giovane riuscì a passare, sotto il tavolo, un biglietto a un membro dell’ambasciata in cui esprimeva timore per il suo futuro.

Anne-Marie Hutchinson, un’avvocatessa britannica, ha detto di aver parlato con Amina quando, per breve tempo, fuggì da casa di suo padre e ha aggiunto:

“E’ una normale ragazza gallese e ha ancora l’accento gallese. Vuole tornare a casa così che possa riprendere il controllo sulla propria vita e fare le proprie scelte”.

Il giudice Justice Holman ha detto che la giurisdizione dei tribunali britannici non è chiara poiché Amina è ormai un’adulta con doppia cittadinanza, araba e del Regno Unito.

“Dobbiamo stare attenti – ha detto – ad affermare la supremazia dei nostri standard culturali”.


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