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Arabia Saudita: decapitati 47 “terroristi”, sangue su Islam

Quarantasette terroristi sono stati giustiziati in Arabia Saudita. Lo ha annunciato il ministero dell'interno saudita secondo quanto riferisce al Arabiya. Le persone messe a morte erano state condannate per aver progettato e compiuto attacchi terroristici contro civili.

BEIRUT, LIBANO – Quarantasette “terroristi”, tra cui l’influente imam sciita Nimr al-Nimrits, sono stati giustiziati in Arabia Saudita, in 12 carceri corrispondenti alle diverse regioni di provenienza dei condannati a morte, in un sussulto di odio che divide il mondo dell’ Islam fra sunniti, la cui variante ultrà wahabita domina in Arabia Saudita, e sciiti, maggioritari in Iran, che ha già minacciato rappresaglie.

I 47 condannati a morte sono stati giustiziati così: in quattro prigioni da un plotone d’esecuzione mentre in quattro carceri l’esecuzione è avveuta all’antica, col boia che li ha decapitati con una scimitarra.

L’esecuzione di Capodanno in Arabia Saudita ha scatenato una reazione violenta in Iran. Fra i “terroristi”, la maggior parte dei quali erano militanti di Al Qaeda coinvolti in una serie di attentati compiuti in Arabia Saudita tra il 2003 e il 2006, c’era anche il religioso sciita Nimr al-Nimr, imam della moschea sciita di Qatif a Al Awamiyya, nell’est dell’Arabia Saudita, che era stato condannato a morte nel 2014 per “sedizione”, per avere guidato una rivolta nel 2012. Nimr al-Nimr era considerato come uno dei principali organizzatori delle proteste sciite divampate nel 2011 e protrattesi fino al 2013 nelle regioni orientali del regno a guida sunnita per chiedere la fine dell’emarginazione delle minoranze religiose. Nella rivolta furono uccisi diversi poliziotti a colpi d’arma da fuoco o con il lancio di molotov; per avervi partecipato sono già stati giustiziati numerosi militati sciiti. Gli sciiti sono il 5% della popolazione saudita.

Il Gran muftì saudita, Sheikh Abdulaziz Al al-Sheikh, è apparso in tv e ha definito giuste le condanne a morte. Al contrario, un portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Hossein Jaberi Ansari, ha detto:

“L’esecuzione di una personalità come lo sceicco al-Nimr, che non aveva altro mezzo oltre a quello della parola per perseguire i suoi obiettivi politici e religiosi dimostra solo il grado di imprudenza e irresponsabilità» dell’Arabia Saudita che “pagherà a caro prezzo”.

L’ayatollah Ahmad Khatami, membro dell’influente Assemblea di esperti della repubblica islamica e tra i religiosi più in vista dell’Iran, che ha denunciato la natura «criminale» della famiglia reale saudita e ne ha preconizzato la fine:

“Questo sangue puro macchierà la casa dei Saud e li spazzerà via dalle pagine della Storia”.

In Bahrein ci sono state proteste e la polizia ha usato i gas lacrimogeni per disperdere una protesta ad Abu-Saiba, a ovest della capitale Manama, in cui decine di manifestanti hanno esibito ritratti del religioso. L’isola di Bahrein, Paese a maggioranza sciiita su cui regna la dinastia sunnita degli Al Khalifa, è stata teatro di una rivolta popolare tra il 2011 e il 2014 che ha fatto una cinquantina di morti.

Il fratello del religioso sciita giustiziato, Mohammed al-Nimr, ha espresso l’auspicio che qualsiasi risposta alle esecuzioni sia pacifica:

“Nessuno deve avere reazioni al di fuori di una cornice pacifica, basta bagni di sangue”.

Il ministero dell’Interno di Riad in una nota ha riferito che la maggior parte delle esecuzioni, 43, riguarda militanti di Al Qaeda coinvolti in una serie di attentati compiuto nel regno wahabita tra il 2003 e il 2006 che colpirono compound occidentali, rappresentanze diplomatiche e edifici governativi, causando centinaia di morti. L’Arabia Saudita ha eseguito almeno 157 condanne a morte nel 2015, primo anno di regno di Salman bin Abdelaziz, un netto aumento rispetto alle 90 del 2014. Quella che ha aperto il 2016 è stata la più massiccia esecuzione in Arabia Saudita dal 1980, quando furono giustiziati 63 ribelli jihadisti che avevano attaccato la Grande Moschea della Mecca nel 1979.

 


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