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Audi e il nazismo: schiavi, prigionieri e ebrei usati durante la seconda guerra mondiale

BERLINO – Audi usò schiavi ai lavori forzati o prigionieri di guerra o detenuti ebrei per mandare avanti la produzione delle sue auto alla catena di montaggio delle fabbriche in Germania durante la seconda guerra mondiale. Un passato atroce che diventa un caso internazionale, collegato anche con i più recenti rapporti fra la stessa Audi e la dittatura militare in Brasile, dopo l’improvviso licenziamento….

L’improvvisa interruzione del contratto tra la Volkswagen e lo storico Manfred Grieger, sta generando grandi controversie in Germania; alcuni, infatti, accusano la casa automobilistica del tentativo di coprire il proprio,oscuro,passato.

Grieger ha lavorato 18 anni in Volkswagen, e venne assunto proprio per lavare “i panni sporchi” dell’azienda. Mentre era nella società, Grieger scrisse resoconti molto dettagliati su come la Volkswagen si avvalesse del lavoro forzato nei campi di concentramento, aprendo quindi gli archivi della casa automobilistica a giornalisti e storici.

Il New York Times riporta che il suo contratto è stato interrotto questa settimana. Alcuni sospettano che le critiche di Grieger su una relazione circa il passato dell’ Audi, abbiano portato al suo allontanamento, temendo che la Volkswagen stia tentando di minimizzare le rivelazioni rispetto alla storia con i nazisti e la dittatura militare in Brasile.

Prima di entrare in VW, Gieger fu autore del libro ” Volkswagen und seine Arbeiter im Dritten Reich (Volkswagen e le Opere e dei suoi lavoratori durante il Terzo Reich), pubblicato nel 1996.

Il libro racconta in maniera dettagliata l’uso del lavoro forzato da parte della VW, e le morti che ne derivarono, durante la Seconda Guerra Mondiale. La produzione della compagnia era rivolta a veicoli militari e munizioni, e i prigionieri dei campi di concentramento erano forzati ad incrementare la produzione. Tra le armi create con i lavoratori dei campi, ci furono le bombe volanti V1, missili guidati alimentati a getto, che piovevano sulle teste dei civili inglesi.

L’assunzione in VW per Grieger fu lodevole, nonostante i vari problemi una volta che dovette lasciare il posto di lavoro. Lo storico non disse mai cosa lo spinse ad andare via, affermò soltanto che la decisione di porre fine al rapporto di lavoro era reciproca. Un gruppo di 75 accademici, da allora, ha accusato la VW di aver punito lo storico, rivendicando la critica di un report del 2014, dove sminuiva il passato in guerra dell’Audi, cosa che infastidì i dirigenti della società.

“Proprio questa breve discussione su un giornale accademico, portò a dire che Grieger fu messo ai ferri corti e addirittura limitato nella propria libertà accademica, cosa che indusse lo storico ad abbandonare il posto di lavoro” scrisse il gruppo in un una lettera aperta, preoccupandosi che la VW smettesse di scavare nel suo passato.

La Volkswagen confutò le affermazioni e disse in un comunicato: “Il fatto è che la VW continua a riconoscere i risultati raggiunti dal Dott. Grieger, ringraziandolo per il lavoro svolto”.

La società ha proseguito, dicendo “ha esaminato la storia della società in modo coerente, svolto il lavoro in maniera onesta e forte, e siamo sicuri che continuerà a farlo”.

Grieger è andato, ma è spuntata un’altra figura a scavare nel passato brasiliano della VW. La BBC, riferisce che la casa automobilistica abbia ingaggiato il Prof. Christopher Kopper, della Bielefeld University, per investigare sulle affermazioni rispetto alle torture nella compagnia brasiliana, durante la dittatura della giunta militare nel Paese.

Un gruppo di ex dipendenti ha citato in giudizio la casa automobilistica, sostenendo di essere stati sottoposti a torture, arrestati e citati su alcune liste nere, durante il periodo della dittatura, che durò dal 1964 al 1985. Gli ex lavoratori hanno rivelato inoltre che l’azienda collaborava con la giunta militare.
Da parte sua, la Volkswagen ha promesso di scoprire la verità. In una dichiarazione alla BBC, il rappresentante della VW e membro degli affari legali, Christine Hohmann-Denn ha detto:”Vogliamo fare luce sugli anni bui della dittatura militare e spiegare il comportamento di quelle persone che al tempo erano i responsabili in Brasile e, qualora fosse necessario, in Germania”.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, l’Audi allora conosciuta come Auto Union Group e in accordo con le SS, assunse 3.700 prigionieri dei campi di concentramento per lavorare in quella che allora era la seconda più grande azienda automobilistica tedesca.

Lo studio ha rivelato in più che altri 16.500 detenuti, che non erano dei campi di concentramento, lavoravano negli impianti Auto Union. 

Gli autori dello studio, lo storico Rudolf Boch e Martin Kukowsky, capo del dipartimento storico dell’Audi, hanno avuto accesso agli archivi dell’azienda automobilistica per la prima volta nella storia della compagnia.
Il loro libro, “Economia al tempo della guerra e l’uso del lavoro forzato nell’ Auto Union di Chemnitz” si concentra sulla società, che era l’unica concorrente davvero valida della Mercedes, durante i 12 anni del Terzo Reich.
Nel corso della guerra, alcuni  impianti vennero impiegati per la produzione militare, sfornando serbatoi e motori ad aria artigianali. Il rapporto, di 500 pagine, afferma che la Auto Union, ora il lussuoso marchio della Volkswagen, Audi, costruì il proprio successo sulla miseria umana e sulla sofferenza, e che il fondatore, Ric Bruhn, fu largamente responsabile dello sfruttamento in larga scala, che obbligava le persone ai lavori forzati.
“Più di 20.000 lavoratori forzati hanno contribuito alla produzione dell’Auto Union, tra cui un quinto provenienti dai campi di concentramento” hanno detto gli autori dello studio.