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Chelsea Manning: “La mia giornata da trans in un carcere militare in Usa”

Chelsea Manning: "Ecco com'è la mia giornata da trans in carcere"

Chelsea Manning: “Ecco com’è la mia giornata da trans in carcere”

NEW YORK – Come vive in carcere il militare Chelsea Manning, condannato a 35 anni di carcere per avere passato documenti segreti a Wikileaks e appena graziato da Barack Obama? La curiosità è giustificata dal fatto che Manning entrò nel carcere militare come Bradley Manning, di s***o maschile, ora si fa chiamare Chelsea, transgender in attesa della operazione chirurgica che lo/la faccia diventare donna a tutti gli effetti. Per il New York Times ha provato a scoprirlo Charlie Savafe, vincitore del Premio Pulitzer. Non ha potuto incontrare Manning, ma ha potuto inviargli delle domande scritte.

La giornata di Chelsea Manning ha inizio alle 4,30 del mattino, mezz’ora in anticipo alla “prima chiamata” che risveglia i detenuti presso il carcere militare di Fort Leavenworth in Kansas. All’interno di una cella di circa 7,5 mq suona un allarme. Il detenuto 89289, con i capelli corti, si alza per truccarsi, indossare indumenti intimi femminili e una divisa marrone, prima che gli uomini delle celle adiacenti, ancora sonnecchianti, inizino ad agitarsi.

Questa è la routine di Bradley Manning, la talpa più famosa condannata d’America e il detenuto più insolito della prigione. Sta scontando la pena più lunga mai imposta a chi rivela i segreti governativi, 35 anni, e per il militare la sua condizione quale sorta di celebrità e donna transgender detenuta, rappresenta continue difficoltà.

Nel corso della giornata, la Manning costruisce cornici e mobili nella falegnameria della prigione. La sera, prima del blocco alle 22.05, legge decine di lettere, anche di persone che sostengono l’antisegretezza e lo considerano una talpa.

“Io sono sempre occupato. Ho molte cose arretrate: legali, amministrative, informazioni stampa, scrivere, scrivere molto”.

La Manning ha scritto in risposta alle domande de The New York Times poiché l’esercito non le permette di parlare direttamente con i giornalisti. “E’ un lavoro a tempo pieno”, dice. Il mondo è di nuovo concentrato su Wikileaks e il suo fondatore, Julian Assange, che l’ha resa famosa. L’organizzazione, lo scorso anno, nel corso della campagna elettorale ha pubblicato le email della Clinton, ottenute con la pirateria informatica, come parte di quella che i funzionari di intelligence, sostengono fosse un’operazione segreta russa mirata a far pendere l’elezione a favore del neo presidente Donald J. Trump.

Quando nel 2013, si è trovata davanti alla corte marziale, un pubblico ministero militare aveva definito l’aveva un “traditore” e i funzionari, affermato che le rivelazioni avevano rovinato le operazioni governative, messo le persone a rischio. Ma alcuni pubblici ministeri non avevano sostenuto che qualcuno fosse stato ucciso a causa loro.

Il 22 agosto 2013, il giorno successivo alla sua condanna per l’invio di documenti a Wikileaks, l’avvocato della Manning ha letto una dichiarazione nello show “Today” annunciando che era una donna, voleva essere chiamata “Chelsea” invece che “Bradley” e avrebbe iniziato la terapia ormonale per cambiare s***o.

Per gli osservatori del suo processo non fu una sorpresa. La sua motivazione per aver fatto trapelare centinaia di migliaia di file che aveva duplicato da una rete informatica, mentre prestava servizio in Iraq, era nella speranza che avrebbe acceso la scintilla “in tutto il mondo per discussioni, dibattiti e riforme”. Ma al processo si era scusata e osservato che quando aveva preso la decisione “era alle prese con parecchi problemi”.

La deposizione ha evidenziato che si trovava in una crisi mentale ed emotiva, a causa dello stress mentre era in una zona di guerra. Non era gay, come aveva pensato quando viveva in Oklahoma, ma soffriva di disforia di genere, una condizione in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel s***o opposto a quello biologico. Nei mesi precedenti al trafugamento di notizie e all’arresto nel maggio 2010, aveva un comportamento bizzarro e aveva inviato al suo supervisore delle mail con foto che la ritraevano mentre indossava una parrucca da donna.

I militari avevano trasferito la Manning, come detenuto di media sicurezza, nel carcere militare di Fort Leavenworth, il principale penitenziario per detenuti maschi. Ora può indossare indumenti intimi, gli stessi delle detenute femminili, tra cui un reggiseno sportivo e “cosmetici leggeri”. All’inizio del 2015, le è stato permesso di fare esercizi di logopedia per femminilizzare il tono della voce e iniziato la terapia ormonale per cambiare s***o, con un endocrinologo dell’ospedale militare Walter Reed, come affermato dal suo avvocato Chase Strangio, un trans e avvocato presso l’ACLU (American Civil Liberties Union).

Da allora, ha scritto la Manning, ha sviluppato il seno e ha i fianchi arrotondati. “Da quando ho preso gli ormoni, ci sono stati cambiamenti significativi e mi sento felice”.Nella cella della Manning, come le altre a Fort Leavenworth, c’è un letto, il wc, lavabo, armadietto, un cestino per i rifiuti, sedia e scrivania, secondo le regole dell’esercito. Si fa la doccia in un vicino bagno in comune con box singoli. Non ha accesso a internet, ma dice che riceve “almeno duecento lettere a settimana”.

La porta della sua cella ha una finestra che dà su una zona centrale comune con tavoli, sedie, telefono a pagamento e TV. Per un periodo, la Manning ha giocato a Dungeons & Dragons con un paio di altri detenuti, ma ha detto che negli ultimi mesi non ha più avuto tempo. Mangia i pasti insieme agli altri detenuti in una sala e lavora nella falegnameria con una squadra.

I detenuti di Fort Leavenworth, circa 424 compresa la Manning, includono uomini accusati di reati comuni e alcuni che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, tra cui Nidal Hasan, condannato per la sparatoria del 2009 a Fort Hood e detenuto nel braccio della morte, e anche Robert Bales che ha ucciso 16 afghani a Kandahar ed è stato condannato all’ergastolo senza condizionale, nell’agosto del 2013. La Manning non ha voluto dire molto rispetto agli agenti o gli altri detenuti, ha solo affermato di non essere mai stata aggredita o vittima di bullismo.

“E’ meglio badare a se stessi e cercare di non rimanere coinvolti in alcuna tragedia”, ha scritto. “Per me è un po’ più difficile stare per conto mio, dato che il personale osserva costantemente me e chi interagisce con me. Ormai ci sono abituata, non mi sento minacciata dagli altri detenuti. Ho degli amici”.

Nel settembre scorso, i suoi sostenitori hanno emesso un comunicato stampa in cui affermavano che la Manning aveva iniziato lo sciopero della fame e continuato fin quando non avrebbe visti rispettati gli standard minimi di dignità, rispetto e umanità. Nei suoi confronti c’era un “controllo amministrativo troppo zelante” e, inoltre l’assenza di progressi per ottenere il trattamento ormonale.

Ha ripreso a mangiare dopo cinque giorni. Strangio aveva infatti annunciato che alla Manning sarebbe stato concesso lo stesso trattamento medico previsto per i militari transgender non detenuti e che poi avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico. Ma sono trascorsi dei mesi e la Manning ha scritto che non ha visto nessun chirurgo.

Dopo settembre, la direzione della prigione ha punito la Manning per lo scompiglio causato dal suo tentativo di suicidio nel mese di luglio. La punizione: isolamento. A ottobre, mentre era in isolamento da un mese, ha tentato nuovamente il suicidio, sventato dagli agenti, secondo quanto reso noto dal comitato di sostenitori.

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