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Divorzio, le donne in India combattono contro il “triplo talaq”

Divorzio, le donne in India combattono contro il "triplo talaq"

Divorzio, le donne in India combattono contro il “triplo talaq”

ROMA – “Talaq, talaq, talaq”, è la formula pronunciata per tre volte da un uomo musulmano per ottenere un divorzio legale e immediato. Una pratica non accettata in molti Paesi musulmani ma India lo è, e a Nuova Dehli ora cinque giudici della Corte Suprema, tutti di fede religiosa diversa, dovranno stabilire se il triplo talaq sia fondamentale per la religione, anche se non potrà pronunciarsi sulla poligamia dei musulmani.

La Corte Suprema sta attualmente valutando sette petizioni presentate da donne musulmane che sfidano la pratica consolidata nella comunità, nella maggior parte distrugge le loro vite, al punto che alcune si lamentano di esser state ripudiate via Facebook e WhatsApp.

La Corte non deciderà su singoli casi ma ha ritenuto opportuno valutare la legittimità della pratica e quando emetterà la sentenza, spetterà al legislatore decidere se la legge vada cambiata.

Nel corso della prima udienza, JS Khehar, presidente della Corte Suprema dell’India ha chiarito che avrebbero cercato di capire se la pratica del triplo talaq dei musulmani, sia fondamentale per la loro religione e se è un diritto fondamentale “esigibile” nella pratica della religione. Ha inoltre aggiunto che la poligamia musulmana non può essere parte del verdetto in quanto non collegata al triplo talaq. Per questo “ci concentreremo solo sua validità”, ha sottolineato il giudice.

I musulmani sono governati da una legge personale entrata in vigore nel 1937. Il governo ha da tempo sostenuto che le pratiche come il triplo talaq violano i diritti fondamentali delle donne. Il mese scorso, il primo ministro Narendra Modi ha chiesto alla comunità di non guardare la pratica che ha discriminato le donne ma, invece, la discriminazione di genere.

Tuttavia, il consiglio di giurisprudenza musulmano afferma che le pratiche, come la poligamia e il triplo talaq, sono questioni di “politica legislativa” e la magistratura non deve interferire.

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