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Egitto, Port Said. 31 morti: guerriglia per 21 tifosi condannati a morte

Una vecchia immagine di Hosni Mubarak

IL CAIRO – È salito a 31 il bilancio delle vittime della guerriglia urbana scoppiata sabato a Port Said, in Egitto, una delle principali città del Paese, dopo che 21 tifosi di calcio sono stati condannati a morte. Ne hanno dato notizia le autorità sanitarie egiziane, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Associated Press.

Domenica mattina, Port Said ha l’aspetto di una città in assetto di guerra. I militari, con l’appoggio di carri armati, hanno preso il controllo dei principali edifici pubblici.

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Le strade sono deserte. Gli uffici pubblici sono chiusi e agli impiegati è stato dato un giorno di riposo extra, esclusi gli ospedali, gli ambulatori e i mercati alimentari.

Anche i negozi sono chiusi. Gli alberghi hanno chiesto ai clienti di andarsene, nel timore di nuove esplosioni di violenza.

Le violenze di sabati sono esplose dopo la lettura della sentenza nel processo per il massacro allo stadio della città lo scorso febbraio, quando 73 supporter di una delle più amate squadre del Cairo, el Ahly, sono stati attaccati dai tifosi della squadra locale del Masri.

La corte ha chiesto la condanna a morte per 21 dei 73 imputati. Per legge, le condanne a morte dovranno essere confermate dal gran mufti d’Egitto, mentre la sentenza per tutti gli altri imputati, inclusi nove poliziotti e tre manager della squadra avversaria, sarà pronunciata il 9 marzo. Attivisti ed osservatori sostengono che l’attacco contro el Ahly è stato premeditato perché i suoi ultras sono stati molto attivi durante la rivoluzione e accusano la sicurezza e il Consiglio militare, che all’epoca ancora governava il paese.

La prima reazione dei famigliari delle vittime e delle migliaia di ultras assiepati all’esterno dell’aula bunker dell’accademia di polizia al Cairo è stata di esultanza. ”Allah akhbar”,”Viva la giustizia” hanno gridato molti, issando le foto dei loro cari uccisi. Negli stessi istanti Port Said è stata investita da un’ondata di violenze. Famigliari e sostenitori del Masr hanno assaltato la prigione dove sono detenuti gli imputati. Nelle sparatorie e lancio di lacrimogeni decine di persone sono morte. Il ministero dell’ Interno ha dato notizia dell’uccisione di due agenti di polizia. Nella città regna il caos. L’esercito si è schierato nelle strade per contenere la collera popolare.

Alle 8 di sabato sera un portavoce dell’esercito ha detto che sono stati messi in sicurezza i punti vitali della città, dal porto alla prigione al canale di Suez. Ahmed Zangir, 21 anni, testimone sentito dal New York Times, spiega di avere pausa per la mamma e la sorella: “Io posso scappare, ma loro è meglio che non escano di casa. I violenti stanno cogliendo l’occasione – dice ancora – sono dappertutto”.

Il presidente Mohamed Morsi ha cancellato alcuni appuntamenti internazionali per la crisi interna e ha incontrato i rappresentanti del Consiglio nazionale di Sicurezza. Un portavoce del ministro dell’Interno ha detto che le forze di polizia sono incapaci di contenere le violenze.

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