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Giornalisti. 110 uccisi nel 2015, solo 1/3 non zone guerra

Giornalisti in zona di guerra

Giornalisti in zona di guerra

FRANCIA, PARIGI – Nel 2015 sono stati 110 i giornalisti uccisi, di cui almeno 67 durante il lavoro o per motivi legati alla loro professione, e 43 per cause “che non si è riusciti a determinare”.

Lo calcola l’ong Reporter senza frontiere (RSF), nel suo bilancio annuale. A questa cifra si aggiungono 27 ‘citizen journalists’, ovvero persone non professioniste che si occupano di informazione, e sette lavoratori del settore dei media.

“Questa situazione inquietante è largamente attribuibile a violenza deliberata contro i giornalisti”, commenta Rsf, sottolineando che quest’anno oltre due terzi delle uccisioni sono arrivate in Paesi “in pace”, e solo un terzo in zone di guerra, ribaltando il trend degli ultimi anni. I singoli Paesi più pericolosi per i reporter restano comunque Iraq (11 vittime) e Siria (10), ma al terzo posto della graduatoria balza la Francia, con gli 8 giornalisti uccisi a gennaio nell’attacco a Charlie Hebdo, stessa cifra dello Yemen.

“Le entità non-statali commettono atrocità mirate, mentre troppi governi non rispettano i loro obblighi stabiliti dal diritto internazionale – dice ancora Rsf – I 110 giornalisti uccisi quest’anno mostrano il bisogno di una risposta che sia all’altezza dell’emergenza”.

Riprendendo la denuncia dell’ RSF, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, FNSI, il sindacato dei giornalisti, afferma che “l’annuale rapporto di RSF conferma una situazione sempre più allarmante per quanto riguarda il livello di sicurezza nel quale si trovano ad operare i giornalisti nel mondo e non solo nelle zone di guerra. I 2/3 dei 110 cronisti assassinati, infatti, sono caduti mentre svolgevano il loro lavoro lontano da aree teatro di conflitti”.

Lo dice in una nota il segretario generale della FNSI, Raffaele Lorusso, e il presidente Giuseppe Giulietti. “La gran parte di loro – osservano Lorusso e Giulietti – è caduta o per mano del terrorismo, a cominciare dalla strage della redazione di Charlie Hebdo in Francia, o sono stati colpiti da associazioni malavitose che mal sopportano i tentativi di illuminare le storie del malaffare, come ad esempio è successo in Brasile o Messico.

L’ FNSI non solo sosterrà ogni iniziativa internazionale per arrivare alla ridefinizione della direttiva relativa alle condizioni di sicurezza dei giornalisti ma, per quanto riguarda l’Italia, ritiene quanto mai indispensabile che siano finalmente affrontate e risolte le questioni relative al carcere per i cronisti e soprattutto alle cosiddette querele temerarie, che sono ormai diventate un vero e proprio strumento di intimidazione.

”La situazione italiana – concludono i vertici del sindacato – continua ad essere critica per quanto riguarda il livello di pressioni e minacce ai cronisti, rivolte in particolare a quanti sono impegnati a contrastare le mafie e il malaffare”.

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