Blitz quotidiano
powered by aruba

Giulio Regeni: delitto politico, tutti gli indizi

Giulio Regeni è morto lo stesso giorno in cui è sparito: la pista del delitto politico porta ai servizi egiziani e agli squadroni della morte

ROMA – Giulio Regeni è stato ucciso lo stesso giorno in cui si sono perse le sue tracce, il 25 gennaio, ben prima del suo ritrovamento il 3 febbraio sul ciglio della strada che dal Cairo conduce ad Alessandria, 20 km fuori dal centro. Lo testimonia lo stato di decomposizione del cadavere. Quel 25 gennaio, giornata importante perché ricorreva il quinto anniversario della rivolta di Piazza Tahir – assicurano due testimoni citati da Carlo Bonini su Repubblica – un cittadino occidentale è stato arrestato ma non vi è traccia documentale della sua presenza nelle carceri cittadine.

Tutti in fila gli indizi vanno nella direzione di un delitto politico, forse un errore, ma che va inquadrato nel contesto di un Paese dove il famigerato servizio segreto egiziano Mukhabarat e gli squadroni della morte sono responsabili di sparizioni, torture e omicidi ai danni degli oppositori del regime di Al Sisi. Secondo fonti locali il giovane era sorvegliato perché frequentava attivisti. Aveva partecipato agli scioperi a Giza.

Secondo gli amici ormai aveva paura: Giulio Regeni l’aveva anche scritto chiaramente nella sua corrispondenza con Il Manifesto. Nell’ultima mail si preoccupava che i suoi articoli fossero firmati con uno pseudonimo. Giulio, per preparare la sua tesi sul sindacalismo egiziano, aveva contatti con ambienti universitari e sindacali, habitat fisiologico dell’opposizione politica. Le condizioni del corpo abbandonato in fretta di Giulio Regeni parlano: nonostante le risibili giustificazioni abborracciate dalla Polizia (delitto a sfondo sessuale, incidente stradale), i segni delle percosse sulla schiena, delle bruciature di sigaretta, descrivono chiaramente l’esito mortale di torture e sevizie.

Non reggono le ipotesi che conducono alla criminalità comune (senza un tornaconto economico non si giustifica il delitto) o del fondamentalismo islamico (fumo e sigarette contraddicono il puritanesimo di eventuali torturatori di matrice religiosa). Del resto che sia stato torturato lo hanno detto con chiarezza i magistrati egiziani.

E dunque, a meno di non voler accreditare il gesto di uno psicopatico di cui non c’è traccia nella vita e nelle relazioni intrecciate da Giulio Regeni al Cairo, resta una sola altra possibile mano […] Come spiega una nostra qualificata fonte di intelligence, “in Egitto, la situazione degli apparati di sicurezza è, diciamo così, fluida”. Non è da escludere, insomma, che Giulio sia finito nelle mani di qualche squadrone della morte o, comunque, di qualche unità paramilitare o di polizia che, probabilmente, non ha neppure capito chi aveva fermato e nelle cui mani non ha resistito alle torture. (Carlo Bonini, La Repubblica)