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Regeni, “ecco il colpevole”. Egitto sacrifica uomo servizi

ROMA – Giulio Regeni fu rapito dai servizi di sicurezza egiziani con l’avallo del Ministero dell’Interno e dello stesso presidente, Abdel Fattah al Sisi. In particolare dietro al suo rapimento c’è stato il generale Khaled Shalabi: la rivelazione arriva da un Anonimo che ha scritto alcune email al quotidiano la Repubblica. Un Anonimo, quindi una voce da prendere con assoluto beneficio di inventario. Un Anonimo che però, come spiega Carlo Bonini sul quotidiano romano, conosceva tre dettagli noti fino ad ora soltanto agli investigatori e, ovviamente, ai torturatori di Giulio, il ricercatore friulano di 28 anni scomparso il 25 gennaio al Cairo e ritrovato cadavere il 3 febbraio.

Che c’entrino i servizi lo attestano anche alcuni articoli pubblicati dal quotidiano filo-governativo “Al Arham”, che nei giorni scorsi aveva indicato proprio il generale Shalabi come responsabile del caso Regeni, divenuto ormai troppo ingombrante per l’Egitto. Per questo lo stesso governo egiziano, questa almeno è l’ipotesi italiana, starebbe cedendo alle pressioni di Roma, e quindi abbandonando le palesemente false piste di improbabilissime rapine o festini gay per una pista che si avvicina alla verità, anche se continua a proteggere il presidente al Sisi. E indica così nel generale Shalabi una sorta di capro espiatorio.

 

L’Anonimo che ha scritto a Repubblica, nelle sue email in arabo, inglese e qualche parola di italiano, ricostruisce come sarebbe andata veramente. Racconta Bonini:

Si dice della polizia segreta egiziana. Lascia intendere di essere collettore e veicolo di informazioni di chi non può esporsi in prima persona, se non a rischio della vita.

(…) “L’ordine di sequestrare Giulio Regeni – scrive l’Anonimo – è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza”,  il distretto in cui Giulio scompare il 25 gennaio. Lo stesso ufficiale con alle spalle una condanna per torture che, dopo il ritrovamento del cadavere, accrediterà prima la tesi dell’incidente stradale e quindi quella del delitto a sfondo omo. “Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme ad ufficiali della Sicurezza Nazionale”. E “fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per ventiquattro ore”.

Nella caserma di Giza, Giulio “viene privato del cellulare e dei documenti e, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell’Ambasciata italiana”, viene pestato una prima volta. Chi lo interroga “vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando”. Quindi, tra il 26 e il 27 gennaio, “per ordine del Ministero dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar”, viene trasferito “in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City”. Di fronte ai suoi nuovi aguzzini, Giulio continua a ripetere di non avere alcuna intenzione di parlare se non di fronte a un rappresentante della nostra ambasciata. “Viene avvertito il capo della Sicurezza Nazionale, Mohamed Sharawy, che chiede e ottiene direttive dal ministro dell’Interno su come sciogliergli la lingua.

E così cominciano 48 ore di “torture progressive“, durante le quali, per fortuna, Giulio comincia ad essere semi-incosciente. Viene “picchiato al volto”, quindi “bastonato sotto la pianta dei piedi”, “appeso a una porta” e “sottoposto a scariche elettriche in parti delicate”, “privato di acqua, cibo, sonno”, “lasciato in piedi in una stanza dal pavimento coperto di acqua, che viene elettrificata ogni trenta minuti per alcuni secondi”. “Bastonature sotto i piedi”. Il dettaglio svelato dall’Anonimo era sin qui ignoto ed è confermato dalle evidenze dell’autopsia effettuata in Italia. Non è il solo.

Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora – ricostruisce l’Anonimo – che il ministro dell’Interno decide di investire della questione “il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro”. È una decisione che segna la sorte di Giulio. “Perché i Servizi militari vogliono dimostrare al Presidente che sono più forti e duri della Sicurezza Nazionale “. Giulio “viene colpito con una sorta di baionetta” e “gli viene lasciato intendere che sarebbe stato sottoposto a waterboarding, che avrebbero usato cani addestrati” e non gli avrebbero risparmiato “violenze sessuali, senza pietà, coscienza, clemenza”. “Una sorta di baionetta”. È un secondo, importante dettaglio. Corroborato, anche questo, dal tipo di lesioni da taglio sin qui non divulgati dell’autopsia effettuata in Italia.

(…) “Regeni entrò in uno stato di incoscienza. Quando si svegliava, minacciava gli ufficiali del Servizio militare dicendogli che l’Italia non lo avrebbe abbandonato. La cosa li fece infuriare e ripresero a picchiarlo ancora più violentemente”. Gli stati di incoscienza di Regeni sono a questo punto sempre più lunghi. Come confermeranno i versamenti cerebrali riscontrati dall’autopsia. Ma la violenza non si interrompe. “Perché i medici militari visitano il ragazzo e sostengono che sta fingendo di star male. Che la tortura può continuare”. Questa volta “con lo spegnimento di mozziconi di sigaretta sul collo e le orecchie”. Finché Giulio non crolla “e a nulla valgono i tentativi dei medici militari di rianimarlo”.

“I segni di sigaretta su collo e orecchie”. È il terzo dettaglio, riscontrato dall’autopsia italiana, che l’Anonimo dimostra di conoscere pur essendo pubblicamente ignoto. Ed è quello che spiega il perché nella prima autopsia al Cairo il corpo di Giulio venga mutilato con l’asportazione dei padiglioni auricolari.

Dopo la sua morte, continua il racconto dell’Anonimo, il corpo di Giulio sarebbe stato messo in una cella frigorifera dell’ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e “in attesa che si decida che farne”.

La decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja”, nelle stesse ore in cui il ministro Guidi arriva al Cairo chiedendo conto della scomparsa di Regeni. “Nella riunione venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omo e di gettare il corpo sul ciglio di una strada dendone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall’ospedale militare di Kobri a bordo di un’ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria”.


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