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Giulio Regeni, la mamma: “Riconosciuto dalla punta del naso”

ROMA – La punta del naso. Solo quella era rimasta intatta e solo da quello sua mamma è riuscita a riconoscerlo. Giulio Regeni è stato riconsegnato alla famiglia in condizioni pietose, tanto che oggi Paola, la madre, ha detto: “Sul suo viso ho visto il male del mondo”. Non vogliono arrivare al punto più estremo, la mamma e il papà di Giulio, ma non è escluso che in futuro possano mostrare la foto del corpo del figlio. Perché nessuno più parli di incidente stradale, o di rapina finita male. Soprattutto dalle parti dell’Egitto.

Giulio Regeni “ha subito un trattamento nazifascista”. A dirlo è la famiglia del giovane ricercatore ucciso in Egitto. Il padre e la madre di Regeni partecipano alla conferenza stampa nella sala Nassirya del Senato, insieme ai loro avvocati e al portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury. “E’ forse dall’antifascismo che noi in Italia non ci troviamo di fronte alla tortura, ma Giulio non era in guerra era andato a fare ricerca”, ha detto la mamma.

E’ Il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, a rivolgere ai signori Regeni la domanda diretta: “Avete scelto di non mostrare quella immagine di vostro figlio dopo le torture. Lo ritenere l’estremo atto da fare per smuovere l’attenzione in un momento in cui fosse davvero necessario? Risponde mamma Paola: “Se il 5 aprile sarà una giornata vuota, confidiamo in una risposta forte del nostro governo. Attendiamo una risposta su Giulio. Speriamo di non dovere arrivare a mostrare quella immagine”.

“Sono la mamma di Giulio, non è facile essere qui. E’ il dolore necessario, ce lo diciamo ogni giorno a casa, ma ora dobbiamo dircelo tutti insieme. Perché non è un caso isolato, come dicono gli egiziani. Questo caso “isolato” lo analizzerei da due prospettive. Se pensiamo a quello che è successo a un cittadino italiano, forse è un caso isolato. Ripenso a un amico e a una professoressa con cui ho discusso: è dal nazifascismo che non viviamo una morte sotto tortura, ma noi non siamo in guerra. Giulio faceva ricerca, era un ragazzo di oggi. E’ morto sotto tortura. Poi mi riferisco a quanto hanno detto gli egiziani, la parte amica degli egiziani: lo hanno ucciso come un egiziano. Noi abbiamo educato i nostri figli ad aprirsi al mondo. E adesso siamo qui. Ma volevo dirvi delle cose di Giulio. Non era un giornalista, non era una spia, era un ragazzo del futuro, perché se non è stato capito è del futuro, non di oggi. Voi avete le visto le sue foto. Que bel viso, sempre sorridente, sguardo aperto, postura aperta. L’ultima foto, 15 gennaio, compiva 28 anni, e il 25 è sparito. In quella foto, una foto felice, era con gli amici al Cairo, mangiavano pesce. Si divertiva. Amici di tutto il mondo. A quella immagine sovrapponiamo un’altra immagine. Quella del suo volto come ci è stato restituito dall’Egitto. Era diventato piccolo piccolo. Non vi dico cosa hanno fatto a quel viso. Vi ho visto non solo tutto il male del mondo. L’unica cosa che vi ho ritrovato era la punta del suo naso. Lo abbiamo rivisto a Roma, in Egitto ci consigliarono di non vederlo. A Roma trovammo il coraggio. Nella sala dell’obitorio, l’ho riconosciuto dalla punta del naso. Non era più il nostro Giulio. Non possiamo dire: è un caso isolato: Giulio poteva aiutare l’Egitto, il Medio Oriente, studiava il sindacato, l’emarginazione. Un italiano che poteva fare tanto e non avremo più. Ma credo che sia accaduto anche ad altri, egiziani e non solo. E io continuerò a dire: verità per Giulio. ll 5 aprile aspettiamo gli egiziani: che cosa porteranno?”.

La madre di Giulio non piange. Non ci riesce. “Io che piango sentendo le canzoni romantiche, i funerali e pure per i disegni dei bambini, finora ho pianto pochissimo. Per Giulio non riesco a piangere, ho un blocco totale e forse riuscirò a sbloccarmi solo quando riuscirò a capire cosa è successo a Giulio”. Le chiedono quale sia la cosa che le fa più male. “Pensare a quando lui avrà cercato in tutti i modi di far capire chi era, parlando in arabo, in inglese, in italiano, in spagnolo, in tedesco, magari anche nel dialetto del Cairo, e niente e successo. Poi mi capita di vedere i suoi occhi, quei suoi occhi felici, che dicono ‘ma cosa sta succedendo, non può accadere a me’. E ancora, lo immagino quando, alla fine, capisce che quella porta non si aprirà più, perché lui aveva tutte le chiavi cognitive, linguistiche, e storiche per capire cosa stava accadendo”. In questi due mesi, dice ancora Paola, ci sono stati “momenti di rabbia”, ma soprattutto “di gran dispiacere”: per non avere più Giulio. Che è una cosa che “ha cambiato la vita a noi, ma anche a sua sorella. E a Fiumicello. E a molti altri. Una cosa così – conclude cercando gli sguardi di tutta la sala – cambia la vita a tutti, sapete?”.

Le indagini sulla morte di Regeni sono ancora in corso e “c’è piena cooperazione tra il ministero degli Interni e gli inquirenti italiani”. Con queste parole il ministro dell’Interno egiziano Magdi Abdel-Ghaffar ha provato a stemperare l’ira italiana dopo il tentativo di attribuire la morte del ricercatore italiano ad una banda di delinquenti comuni.

Che l’Egitto voglia cambiare rotta ed aprirsi ad una maggiore collaborazione con gli investigatori italiani si capisce anche da una telefonata del procuratore generale della repubblica egiziana fatta a Giuseppe Pignatone, il magistrato che ha in carico il delicato dossier del rapimento e dell’omicidio del ricercatore italiano.

Una telefonata di sostanza, nella quale gli inquirenti egiziani avrebbero assicurato a Pignatone che consegneranno tutta la documentazione richiesta e quella ulteriormente raccolta. Ed è proprio su questa documentazione che da giorni si sta sviluppando un pericoloso braccio di ferro tra Roma e il Cairo: si tratta, in sostanza, delle immagini di video-sorveglianza delle telecamere che si trovano nelle vicinanze della casa di Regeni al Cairo e delle due stazioni della metropolitana, quella della partenza e dell’arrivo, che il giovane avrebbe dovuto utilizzare la sera del 25 gennaio, quando è scomparso.

Oltre, naturalmente, ai tabulati delle celle telefoniche che impegnano il 25 gennaio la zona dell’abitazione di Regeni e quelle del 3 febbraio della zona dove è stato ritrovato il corpo. Indagini che quindi sono ancora del tutto aperte e che vanno avanti, secondo la procura del Cairo, in ogni direzione e non solo sulla pista della criminalità comune.

Precisazioni necessarie visto il clima caldissimo che in Italia alimenta polemiche quotidiane e rischia di rovinare ulteriormente le relazioni tra Italia ed Egitto. Il caso Regeni infatti è anche una partita di poker ancora tutta aperta con una dead line non ufficialmente dichiarata: quella del 5 aprile quando gli investigatori egiziani saranno a Roma per incontrare i colleghi italiani. Anche la signora Regeni fa riferimento a questa data: “Se il 5 aprile sarà una giornata vuota confidiamo in una risposta forte del nostro Governo. Forte ma molto forte. E’ dal 25 gennaio che attendiamo una risposta su Giulio”.

 

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  • Giulio Regeni
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