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Giulio Regeni, redazione del Manifesto: “Aveva paura”

Sul corpo di Giulio Regeni, 28 anni, sono stati rinvenuti evidenti segni di tortura: bruciature di sigaretta, ferite da coltello e altri segni di una "morte lenta"

ROMA  –  Giulio Regeni non è morto per un incidente, e non è nemmeno stato ucciso da qualche criminale comune. Lui aveva paura: ne sono convinti alla redazione del Manifesto, con cui lo studente friulano di Cambridge collaborava. 

E’ difficile pensare che la morte di Giulio Regeni “sia collegabile a un incidente stradale, oppure a un caso di criminalità, visto che la malavita egiziana non colpirebbe uno straniero senza neppure avere un tornaconto”. Nella redazione del Manifesto la notizia della morte del giovane ha sconvolto molti.

Sisi non ha trasformato il Paese in un sistema democratico, in realtà è un regime militare”, puntualizza il condirettore Tommaso Di Francesco. Giulio, che collaborava con la testata utilizzando diversi pseudonimi, “insisteva, insisteva, insisteva: mi raccomando non pubblicate con il mio nome”, scriveva nelle mail al giornale, “ma non si è mai occupato di diritti civili” o di altre questioni ‘calde’ come la scomparsa di decine e decine di persone nel Paese, i cosiddetti ‘desaparecidos’ egiziani, dopo la destituzione di Morsi nell’estate del 2013.

Giulio “era un esperto di crisi dei modelli economici del Medio Oriente” e di questioni sindacali, “temi delicatissimi” nell’Egitto di oggi, spiega Di Francesco, ricordando che nel Paese nonostante la repressione è tornato a farsi sentire il fermento sociale.

“Le sue erano soprattutto analisi. Certo, non mancava di ricordare che il Paese è militarizzato”, continua il condirettore del Manifesto, convinto che la fine di Regeni sia probabilmente da collegare all’ondata repressiva che ha segnato l‘Egitto nei giorni che hanno preceduto il quinto anniversario del 25 gennaio, la cacciata di Hosni Mubarak ad opera dei giovani della primavera araba egiziana.

Negli ultimi due anni la ricorrenza è stata segnata dal sangue di decine di manifestanti. Centinaia quelli arrestati. “E’ credibile che Giulio sia incappato” in una qualche retata: “Le stesse che hanno caratterizzato gli anniversari della rivoluzione”, dall’inizio dell’era Sisi, dice ancora Di Francesco.

Regeni “una ragazzo di sinistra, un compagno”, collaborava con il Manifesto in forma strettamente riservata: alcuni dei suoi articoli, pubblicati nella seconda metà del 2015, sono stati cancellati dal sito del giornale, per garantire l’incolumità di coloro che collaboravano con il giovane analista, che frequentava molto “il mondo delle Università e degli studenti”, precisa Simone Pieranni, il giornalista del Manifesto che si è occupato in un paio di occasioni del rapporto editoriale con Regeni.

Università e studenti che in Egitto sono il cuore della mobilitazione della Fratellanza musulmana e dell’opposizione anti-governativa anche sotto Sisi. “Non lo conoscevo di persona – continua Pieranni -. Ci siamo scambiati alcune mail sui pezzi che proponeva. Sottolineava sempre di non voler comparire con il suo nome, ma almeno con me non ha mai fatto riferimento a minacce precise o particolari inquietudini”.

Il suo ultimo scritto, che il giornale ha ricevuto qualche settimana prima della scomparsa del giovane ricercatore, verrà pubblicato venerdì 5 febbraio. E’ un’analisi “sui sindacati indipendenti e gli scioperi post-privatizzazioni”.

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