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Giulio Regeni, tabulati telefonate negati: “C’è la privacy”

ROMA – Giulio Regeni, gli investigatori egiziani hanno negato agli inquirenti italiani i tabulati telefonici “per ragioni di privacy”. “C’è la privacy” anche nell’Egitto del generale Abdel Fattah al Sisi e delle sue centinaia di desaparecidos. Questa, scrive Carlo Bonini su La Repubblica, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmo e che ha portato al richiamo, da parte del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, dell’ambasciatore italiano al Cairo Maurizio Massari.

E non è stata certo l’unica risposta irritante per la sua palese falsità data dai sei inquirenti egiziani arrivati a Roma nei giorni scorsi. I sei (il procuratore generale aggiunto del Cairo Mostafa Soliman, il suo giovane addetto alla cooperazione Mohamed Hamdy, i generali Adel Gaffar, Mostafa Meabed, Ahmed Aziz e Alaa Azmi) avevano annunciato un dossier di duemila pagine, ma si sono presentati con una cartellina di una trentina di pagine, spiega Bonini su La Repubblica.

Hanno consegnato agli inquirenti italiani solo gli “inutili” (così li definisce, a ragione, Boni) tabulati telefonici di Gennaro e Francesco, gli amici di Giulio, l’altrettanto inutile verbale di ritrovamento del suo cadavere, il grottesco verbale con cui, un testimone, riferiva che “non erano state fatte riprese della riunione sindacale dell’11 dicembre 2015″, quella in cui Giulio era stato fotografato.

Scrive Bonini:

Tocca allora a Pignatone, dopo un profondo respiro, chiedere di nuovo quanto era stato promesso dalla Procura generale egiziana: lo sviluppo della cella telefonica del quartiere di “Dokki” (luogo della scomparsa di Giulio) tra le 19,45 e le 20.15 del 25 gennaio e di quella, tra la notte del 2 e la mattina del 3 febbraio, del quartiere “6 Ottobre” (zona del ritrovamento del suo corpo). Ma solo per sentirsi rispondere che quei dati non saranno mai consegnati “per ragioni di privacy “. Il Regime militare di Al Sisi invoca il “rispetto dell’articolo 57 della Costituzione che protegge il segreto delle comunicazioni dei suoi cittadini”. E ci sarebbe da ridere se non fosse una provocazione. Non fosse altro perché quell’obiezione non è stata sollevata dall’Egitto né il 14, né il 22 marzo, quando viene preso l’impegno alla consegna. Pignatone tenta allora un’altra strada. “Potreste portare voi i dati ed esaminarli qui a Roma dove vi metteremmo a disposizione i software “. “La privacy ce lo impedisce “, rincula l’ineffabile Mostafà

Non va meglio con i tabulati. Ne aveva chiesti una ventina la Procura. Due su tutti. Quelli di Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti risentito con Giulio per il denaro di una ricerca non andata in porto. E quelli di Mohamed, il coinquilino di Regeni. Quello che aveva aperto alla Sicurezza Nazionale la casa dove Giulio viveva, tacendogli la circostanza. Ma neanche quelli sono nella borsa dei 6 del Cairo. “Magari, allora, avete le informazioni su quei due nomi arabi che vi abbiamo chiesto il 14 marzo… “, abbozza uno dei nostri inquirenti, riferendosi a due singolari chiamate ricevute da Giulio la mattina e il pomeriggio del 25 gennaio, giorno della sua scomparsa, da due cellulari intestati a cittadini egiziani. “Non abbiamo ancora completato l’identificazione “, è la risposta.

(…) Non si capisce dove finisca il dolo e cominci la dabbenaggine. Si sa quando si entra nel grottesco. Quando cioè la delegazione egiziana spiega che fine abbia fatto un video della sera del 25 gennaio recuperato dall’unica telecamera funzionante delle 56 installate nella metropolitana di Dokki. Quel video, ammesso e non concesso riprenda Giulio nel metrò, è sovrascritto da altre immagini. “Bisognerà mandarlo in Germania per una ripulitura”, dicono. “È perché non lo avete ancora fatto in due mesi?”. “Non c’è stato tempo”.


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