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Ikea spia i clienti: dipendenti in incognito per…

ROMA – Ikea spia i suoi clienti. Ebbene sì, è quello che svela un documentario trasmesso dalla tv tedesca. Un’operazione di marketing che però potrebbe non risultare simpatica per gli ignari clienti che affollano in tutto il mondo il negozio di arredo. Di solito sono i neoassunti a doversi sobbarcare l’onere.

In “borghese” devono sostanzialmente annotare quello che fanno alcuni clienti che vengono scelti a caso all’ingresso. Capire cosa guardano, cosa scelgono, cosa cercano e cosa vanno poi a mettere nel carrello. Il tutto, ovviamente, per cercare di andare ancora di più incontro alle esigenze del cliente e quindi migliorare le vendite.

Tempo fa uscì un articolo su Italia Oggi che parlava della complessa “matrioska fiscale” che Ikea ha messo in piedi per pagare meno tasse possibili. Meccanismi, va detto, perfettamente legali.

Il marchio costruisce sulle tasse un percorso che azzera quasi la tassazione: tutto entro la norma, tutto secondo le regole dei tanti paesi coinvolti dal meccanismo fiscale adottato. In pratica, sottolinea Romano, è come se Ikea fosse sdoppiata, ma con un’unica testa. E’ come se “pagasse infinite royalty a se stessa per ridurre la tassazione complessiva.

Nasce il gruppo Ikea, la cui società madre è la Ingka holding, società privata registrata in Olanda che di fatto gestisce i 328 punti vendita del gruppo. A sua volta la Ingka holding appartiene per intero, senza pro quota o frazionamenti, alla Stichting Ingka foundation, in pratica una fondazione esente da imposte perché registrata come ente senza scopo di lucro.

A gestirla in toto è un comitato esecutivo le cui decisioni, sotto stretto controllo della famiglia Kamprad, proprietaria storica della società e dei diritti legati al marchio, guidano l’azienda. Di fatto, tramite la fondazione a statuto olandese, il gruppo è assicurato saldamente alla proprietà Kamprad. (Cesare Romano, Italia Oggi) Un’altra fondazione, la Inter Ikea Holding (solo nel 2011 si è scoperto controllata dalla famiglia Kamprad da una sua società), anche questa olandese, si occupa invece di gestire lo sfruttamento dei diritti legati al suo marchio (un migliaio di operatori lavoro come affiliati in merchandising). Le società del gruppo Ikea, gli affiliati, riducono i loro profitti pagando una quota del 3% di royalty la cui destinazione è l’Olanda, dove queste somme non trovano ad attenderle nessuna imposta o tassa. Utilizzando questo stratagemma l’imponibile effettivo è quindi ridotto del 35%, per esempio in Belgio, o del 64% come accade in Francia.

La stessa Inter Ikea holding versa a sua volta centinaia di milioni di euro l’anno, 587 milioni tra il 2012 e il 2014, a destinatari non dichiarati. E dato che in Olanda non c’è ritenuta alla fonte sui canoni e interessi trasferiti all’estero, questo passaggio di società in società di interessi e royalty confluiti dagli associati e affiliati sui bilanci delle holding olandesi risulta scontare una tassazione pari a zero, proprio grazie alle vacuità normative olandesi ma, più in generale, internazionali.

Chi ci guadagna? Il denaro non tassato in Olanda resta apparentemente senza destinatario, per una semplice ragione: solo Inter Ikea holding conosce nomi e conti dei beneficiari, che naturalmente non rende pubblici in quanto questi pagamenti corrispondono a una voce spese per «altri oneri». Ciò che risulta, ad oggi, è che dal 2012, la controllata olandese ha pagato 972 milioni di euro di interessi diretti a una filiale in Lussemburgo per il debito contratto per l’acquisizione del marchio Ikea. Al dunque, in Lussemburgo, grazie ad alcuni vuoti della normativa fiscale, la sola controllata ha pagato lo 0,06% in tasse, cioè quasi zero. Mentre i profitti dirottati in Liechtenstein avendo assunto la forma di dividendi ricevuti da controllate estere (nel nostro caso del Lussemburgo) sono esenti da imposte. Il denaro non tassato in Liechtenstein finisce nelle disponibilità della fondazione Interogo. (Cesare Romano, Italia Oggi)


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