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Isis perde soldi: raid Usa distruggono tra 500 e 800 milioni

MOSUL – Le forze americane hanno distrutto in raid aerei su proprietà dell’Isis banconote per un valore tra 500 e 800 milioni di dollari (circa 440-700 milioni di euro): lo ha detto il generale statunitense Peter Gersten, secondo quanto riporta la Bbc online. Si aggrava così la situazione economica dell’Isis. I raid, una ventina in tutto, ha spiegato il generale, hanno contribuito ad un calo dei nuovi arrivi e ad un aumento del 90% delle defezioni nell’organizzazione.

Gersten non ha specificato come gli Usa siano riusciti a sapere quanto contante sia stato distrutto, ma ha stimato che nel corso di un solo bombardamento su una casa di Mosul – in Iraq – sono stati distrutti 150 milioni di dollari. In questo caso le forze che combattono l’Isis hanno ricevuto informazioni di intelligence sulla stanza in cui si trovava il denaro e la stanza é stata bombardata.

Intanto un altro tassello del mosaico comunitario iracheno e mediorientale scompare sotto la scure dell’Isis: la chiesa domenicana di Mosul, nel nord dell’Iraq e roccaforte dello Stato islamico, è stata fatta saltare in aria dai miliziani, secondo quanto riferito dal patriarcato caldeo e da media iracheni.

“Condanniamo con forza – si legge nel comunicato diffuso nelle ultime ore – questo nuovo atto che ha preso di mira una chiesa cristiana, come condanniamo tutte le azioni contro le moschee e tutti gli altri luoghi di culto”. La chiesa domenicana a Mosul risaliva alla fine del XIX secolo ed era conosciuta per il suo campanile con un orologio, dono della moglie di Napoleone III Eugenia di Francia. La presenza dei domenicani nella regione risale all’epoca crociata, quando un primo convento fu fondato a Mosul. La sconfitta dei regni crociati determinò anche la partenza dei domenicani, che tornarono solo nella metà del ‘700.

Il patriarcato caldeo ha rivolto un appello ai governanti iracheni: “I politici iracheni lavorino per una vera riconciliazione a livello nazionale, per ristabilire in maniera concreta lo Stato di diritto”. La chiesa irachena si rivolge anche agli attori stranieri, che influenzano direttamente e indirettamente le dinamiche irachene e mediorientali: devono “assumersi in pieno le proprie responsabilità. Devono prendere iniziative serie per metter fine ai conflitti. Devono inoltre – prosegue il patriarcato caldeo – creare le condizioni per una pace giusta, rispettosa delle diversità e del pluralismo in Iraq e nella regione”.

Il patriarcato sembra così schierarsi in modo implicito contro tutti coloro che affermano che l’unica soluzione per sconfiggere l’Isis siano i bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti. E intravede nella questione politico-confessionale irachena una delle chiavi per la risoluzione del conflitto. Proprio oggi il Parlamento iracheno ha approvato un parziale rimpasto di governo proposto dal primo ministro Haidar al Abadi. La decisione arriva dopo settimane di tensioni che hanno visto decine di deputati occupare la sede dell’assemblea con un sit-in, e mentre fuori dal Parlamento migliaia di sostenitori del leader radicale sciita Moqtada Sadr manifestavano per chiedere un rimpasto e un rinnovamento dell’azione di governo contro la corruzione.

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