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Kenya, test anali per “stanare” gli omosessuali

ROMA – Gli esami anali non sono equiparabili a tortura e, comunque, non sono una pratica degradante. Soprattutto perché servono a stabilire se l’imputato è gay o meno. Lo ha deciso Mathew Emukule, giudice dell’alta corte di Mombasa: “Non vedo una violazione della dignità umana, del diritto alla privacy e nemmeno della libertà di organizzare petizioni”. Essere omosessuali è un reato in 37 Paesi africani e il Kenya è uno di questi.

La decisione del giudice, riporta Paris Match, arriva dopo la petizione fatta da due uomini, arrestati a febbraio del 2015 in un locale di Ukunda, città sull’Oceano Indiano, con l’accusa di aver avuto rapporti omosessuali, che erano stati poi costretti a subire ispezioni anali e a sottoporsi ai test per l’Hiv e epatite B. I due avevano avviato una petizione affinché queste pratiche, purtroppo molto comuni in Kenya, potessero essere equiparate a torture. Ma il giudice non è stato dello stesso avviso, ribadendo come sia giusto sottoporre le persone a questi esami, se anche solo aleggia il sospetto della loro omosessualità.

“Sono incredulo, fa così male perché stiamo incoraggiando la comunità gay a lottare per i suoi diritti, e la legge ne approva la violazione”, ha dichiarato Eric Gitari, direttore del Kenyan National Gay and Lesbian Human Rights Commission, che ha supportato la petizione. In attesa dell’appello, i due uomini rischiano una condanna a 14 anni di carcere.


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