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Libia, milizia Tripoli: “Abbiamo prove che Haftar voleva bomba all’ambasciata Italia”

Libia, milizia Tripoli: "Abbiamo prove che Haftar voleva bomba all'ambasciata Italia"

Libia, milizia Tripoli: “Abbiamo prove che Haftar voleva bomba all’ambasciata Italia”

TRIPOLI – La milizia che gestisce la sicurezza a Tripoli ha indicato in uomini legati al generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk che la Russia sarebbe pronta ad armare, i responsabili dell’autobomba esplosa sabato scorso a poche centinaia di metri dell’ambasciata italiana riaperta solo questo mese nel centro della capitale libica.

Lo confermano fonti della Rada, la milizia fedele al governo di accordo nazionale libico, all’agenzia Nova. Nel riferirsi ai due uomini morti nell’auto esplosa, e soprattutto a un complice in fuga che avrebbe dovuto aiutare i due attentatori ad allontanarsi “dopo aver parcheggiato la vettura”, la milizia Rada sostiene che i terroristi “sono legati all’operazione Karama”. Il riferimento è al nome della missione anti-jihadisti condotta da Haftar soprattutto a Bengasi da due anni e mezzo.

Secondo le fonti citate dall‘agenzia Nova,

“Le forze dell’operazione Dignità (Karama in arabo) sono responsabili dell’attentato: il loro obiettivo è quello di minare la sicurezza e la stabilità della capitale”. I miliziani fedeli al premier incaricato Fayez al Sarraj sostengono di avere “prove schiaccianti” sulle quali si poggiano le loro accuse. Prove raccolte dopo aver scoperto l’identità degli attentatori morti per l’esplosione, dopo che le forze di sicurezza non hanno consentito loro di parcheggiare nel luogo previsto, ovvero l’ambasciata italiana recentemente riaperta a Tripoli e protetta da un fitto cordone di sicurezza.

Haftar però ha fatto respingere l’accusa e dalla stessa Tripoli, come anche da Roma, sono venuti inviti alla cautela. La milizia Rada, incaricata delle indagini, in un comunicato pubblicato su Facebook ha annunciato che “dopo la raccolta di prove e informazioni” è emerso “che l’atto terroristico è stato un tentativo di prendere di mira la sede dell’ambasciata d’Italia”.

“Non rispondiamo a queste sciocchezze”, ha detto il colonnello Ahmed El-Mismari, portavoce dell’Esercito nazionale libico di cui è comandante il generale Haftar. “Noi lottiamo contro il terrorismo”, ha aggiunto. Dal canto suo l’ambasciatore libico a Roma, Ahmed Safar, ha sostenuto che l’esplosione è “ancora sotto indagine” e per ora, “dalla procura generale”, viene trattata “come un reato criminale, non terroristico” anche se, visto il momento, potrebbe “avere dimensioni politiche”.

In un’audizione al Copasir, cautela sarebbe stata espressa anche dal generale Paolo Serra, consigliere militare dell’inviato speciale dell’Onu in Libia, Martin Kobler: a suo autorevole avviso non è ancora chiaro se l’obiettivo fosse l’ambasciata italiana o il vicino ministero della Pianificazione e se dietro gli attentatori ci sia Haftar.

Secondo Serra comunque la dinamica dell’attentato fa pensare ad un atto per dimostrare che il premier Fayez Al Sarraj, sostenuto dall’Onu (e dall’Italia), non ha il controllo nemmeno della città e si sta indebolendo anche economicamente mentre Haftar è sempre più forte.

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