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Libia: premier arriva Tripoli in gommone. Scontri e proteste

ROMA – Il premier libico Fayez al Serraj, insieme al governo, è arrivato a Tripoli e ha proclamato l’entrata in carica del governo di accordo nazionale da Tripoli, che avrà sede, per il momento, in una base navale.

Ma il Congresso libico di Tripoli (Gnc) non ci sta, bolla come “illegale” l’arrivo di Sarraj e fa “appello a tutti i rivoluzionari a schierarsi contro questo gruppo di intrusi, che infiammerà la situazione a Tripoli e ci imporrà la tutela internazionale”. Alcuni gruppi armati rispondono all’appello e sparano colpi in aria con le anti-aeree montate sui pick-up per impedire ad alcuni sostenitori del governo di unità nazionale di radunarsi nel centro di Tripoli, nei pressi della piazza dei Martiri.

L’arrivo del premier, del resto, era di per sé una notizia di rilievo. Sarraj è riuscito ad arrivare nella capitale del Paese quasi con mezzi di fortuna: via nave, con i gommoni, e da Tunisi, dopo aver capito che arrivare in aereo, sempre dalla Tunisia, non era opzione percorribile. L’arrivo via mare è stato deciso dopo un fallito tentativo di raggiungere Tripoli con l’aereo tramite l’aeroporto di Mitiga all’alba di mercoledì. Peccato che proprio prima della partenza sono state sentite diverse esplosioni nella zona provenienti dai colpi di artiglieria anti-aerea sparati dalle milizie legate al governo non riconosciuto di Khalifa Ghweil.

E così la notizia dell’arrivo del governo via mare fa capire la situazione del governo, messo insieme sotto la mano dell’Onu, che si appresta a governare un Paese da anni ingovernabile. Dal 2011, precisamente, da quando l’Occidente tolse di mezzo Gheddafi senza pensare troppo al dopo. Quanto resisterà Sarraj? Quanto sarà determinante nel compattare le tante anime di questo Paese, sempre più preda delle mire jihadiste di sigle come Isis ma non solo? Ecco cosa scriveva qualche settimana fa Bernard Guetta, giornalista francese esperto di politica internazionale, su Internazionale:

“Dalla morte dell’ex dittatore Muhammar Gheddafi, nell’ottobre 2011, la Libia non ha più un governo unico, ma ne ha due in lotta tra loro. Da una parte c’è quello di Tripoli, dominato dai Fratelli musulmani, movimento islamista ma non jihadista, mentre dall’altra c’è quello di Tobruk, più pluralista e moderato. Due governi significa nessun governo, e questa divisione ha favorito i jihadisti dello Stato islamico (Is), che si è impiantato in Libia e ormai ha il controllo della regione di Sirte, da dove avanza verso la frontiera tunisina e il Sahel. Grazie all’occupazione di un porto, l’Is può esportare il petrolio sul mercato nero e acquistare armi. Questo ha permesso ai jihadisti di lanciare, il 7 marzo, un attacco contro il sud della Tunisia. Nonostante l’attacco sia stato respinto si tratta comunque di un fatto allarmante, perché questo nuovo santuario jihadista potrebbe presto diventare una base per nuovi attacchi terroristici in Europa, nel Maghreb e in Africa subsahariana. La Libia è insomma diventata una fonte d’inquietudine estrema, tanto che l’evoluzione della situazione è seguita da vicino dagli occidentali, che hanno inviato in massa agenti dei servizi e uomini delle forze speciali per compiere sopralluoghi e spalleggiare i gruppi libici nemici dello Stato islamico. Ma questo non significa che gli occidentali si preparino a intervenire nel paese, o quanto meno non nell’immediato”.


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