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Padre nostro, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”: un mistero lungo duemila anni

ROMA – Cosa voleva dire Gesù quando, recitando per la prima volta il Padre Nostro, ha invocato da Dio “il nostro pane”? La preghiera, come la conosciamo e recitiamo ogni giorno e la domenica a Messa, chiede al Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Ma non tutti sono convinti che sia così e molti si sono chiesti, nei secoli, a quale pane si riferisse Gesù. Alla pagnotta di tutti i giorni per sfamarci o al pane sublime del Regno dei Cieli, la Eucarestia? La chiave del mistero è in una parola greca, epiousios, e nel suo equivalente in aramaico, la lingua che parlava Gesù, usata una sola volta nella storia, proprio nel Padre Nostro. Nessun altro poeta, filosofo o storico l’ha mai usata. L’ha utilizzata Gesù dando così orgine a un mistero irrisolto da duemila anni.

Si tenga presente che i Vangeli ci sono stati tramandati in lingua greca, la lingua ufficiale che si parlava in Medio Oriente ai tempi di Gesù e quindi anche nelle prime comunità cristiane, sparse fra quelle che oggi sono Israele, Siria, Turchia. Anche gli ebrei parlavano greco, come San Paolo. In Israele parlavano aramaico e, o più poveri, ebraico, Gesù parlava aramaico, conosceva l’ebraico, che era la lingua delle Scritture. Con gli Apostoli probabilmente parlava nel dialetto della Galilea. Ancora oggi circa 400 mila persone parlano aramaico, in prevalenza cristiani, distribuiti nel Medio Oriente.

Anche i Vangeli sono arrivati a noi scritti in greco, forse ci fu una versione più antica in aramaico o in ebraico, ma se ci fu andò persa. La interpretazione ufficiale, tradotta nel Padre Nostro che si recita durante la Messa, è quella del “pane quotidiano”, quel tanto che basta per sfamarci senza doverci preoccupare di altro, il vero significato attribuito da Gesù al pane tormenta teologi e dottori della Chiesa da quasi duemila anni.

San Gerolamo, tra i primi traduttori in latino del Vangelo, diede credito a entrambe le versioni. Nella traduzione del Vangelo di Luca seguo il senso più noto, quello del pane quotidiano, il pane di tutti i giorni. Nella traduzione del Vangelo di Matteo preferisce il significato di pane eterno.

Il vocabolario greco-italiano curato da Lorenzo Rocci, su cui si sono piegate generazioni di studenti, alla parola epiousios porta due traduzioni e lascia a noi la scelta: “quotidiano” oppure “per il domani”.

Questo secondo significato, meno amato dagli interpreti ufficiali forse perché favorisce un certo spirito pauperistico, è in realtà più in sintonia con il senso del Padre Nostro e con l’insegnamento di Gesù. Gesù alza lo sguardo sopra la miseria di questa vita terrena, annuncia il Regno dei Cieli e prega il Padre Nostro che è nei cieli, augurandoci l’avvento del suo Regno, e prosegue:
“Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.

Prima di chiedere il perdono dei nostri peccati (“rimetti a noi i nostri debiti. O è noi li rimettiamo ai nostri debitori”), proteggendoci dalle tentazioni future (“non ci indurre in tentazione) liberandoci dal Male, Gesù chiede a Dio quel pane “epiousios”. Può essere davvero la pagnottella per sfamarci o non piuttosto un pane ideale, trascendente, il nutrimento dell’eternità, l’ Eucaresria?