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Panama Papers, nella lista “cerchio magico” Marine Le Pen

PARIGI – Panama Papers, l’inchiesta sfiora i più stretti collaboratori di Marine Le Pen. Alcune persone del “cerchio magico” della presidente del Front National sono accusate di aver messo in piedi “un sistema offshore sofisticato” nell’ambito di Panama Papers. Lo rivela il quotidiano Le Monde.

Non solo Marine, anche Jean-Marie Le Pen è direttamente coinvolto nello scandalo finanziario di Panama Papers. Secondo Le Monde, una parte della ricchezza nota come “il tesoro” del fondatore del Front National è stata dissimulata attraverso la società offshore Balerton Marketing Limited, creata nei Caraibi nel 2000. Banconote, lingotti, monete d’oro, ci sarebbe di tutto nel “tesoro”, intestato al prestanome Gerald Gerin, ex maggiordomo di Jean-Marie e della moglie Jany Le Pen. Repubblica riassume così l’inchiesta:

Il mondo ha inforcato gli occhiali e legge documenti fiscali, mentre chi si trova sotto quelle lenti, rettifica, censura, nega, spiega. Ma l’effetto globale della diffusione dei Panama Papers resta devastante. I documenti, trapelati dallo studio legale Mossack Fonseca e rivelati dai media internazionali a proposito di 214mila società offshore, citano re, leader internazionali, parenti di leader, vip, artisti, calciatori, e soprattutto le banche, sospettate di aver contribuito a costruire complesse strutture per rendere difficile per il fisco tracciare i flussi di denaro. Il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij) che ha analizzato e diffuso i materiali ne è sicuro. Oltre 500 banche, loro sussidiarie e rami hanno registrato circa 15.600 società fantasma attraverso lo studio panamense Mossack Fonseca, dai cui database provengono i documenti, ha riferito il Consorzio. Secondo tali informazioni, la gran maggioranza di tali fatti risale agli anni ’90. E a tre giorni dalla prima scossa, i Paesi e gli enti colpiti provano a reagire. Credit Suisse e HSBC, tra le banche nel mirino, negano di aver utilizzato strutture offshore per aiutare i loro clienti ad aggirare le tasse. Il ceo di Credit Suisse, Tidjane Thiam, dichiara: “Come compagnia, come banca, incoraggiamo soltanto l’uso di strutture quando c’è un legittimo scopo economico” e “non tolleriamo strutture per l’evasione fiscale”. Poi sottolinea che i documenti sono precedenti a una riforma del modello economico dell’istituto. Simile la posizione di un portavoce di Hsbc con base a Hong Kong: “Le accuse sono storiche, in alcuni casi risalgono a 20 anni fa, prima delle nostre significative e ben note riforme applicate negli ultimi anni”.