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Regeni, così l’Egitto ha spiato gli investigatori italiani

IL CAIRO – Giulio Regeni, il regime egiziano che oppone il diritto costituzionale alla privacy nel negare all’Italia i tabulati telefonici legati all’omicidio del ricercatore friulano ha spiato per otto settimane gli investigatori e l’ambasciata italiana. Lo scrivono Carlo Bonini e Giuliano Foschini sul quotidiano la Repubblica.

Secondo le informazioni in mano ai cronisti del giornale romano dal 5 febbraio al 30 marzo, ovvero da quando è stato ritrovato il corpo di Giulio Regeni, abbandonato lungo una autostrada vicino ad Alessandria di Egitto, giorno e notte il team investigativo italiano al Cairo è stato monitorato e pedinato.

All’epoca l’Italia credeva ancora nella sincera volontà egiziana di risolvere il caso, e pensava che gli investigatori italiani potessero fare il loro lavoro, seppure nell’ambito del rispetto degli accordi internazionali. Ma così non era.

Scrivono Bonini e Foschini:

Il nostro team individua e raggiunge telefonicamente una persona ritenuta di un qualche interesse per le indagini. Ha un’utenza cellulare egiziana e si dice disponibile a un incontro. Che non ci sarà. Dopo qualche ora dal contatto telefonico con il nostro team investigativo quella stessa persona viene convocata d’urgenza in una caserma della polizia egiziana, dove viene interrogata e le viene chiesto conto di cosa diavolo sappia e, soprattutto, di cosa diavolo vogliano sapere da lei quei ficcanaso di italiani.

È un segnale chiaro come il sole. È l’incipit truce di una cooperazione che non comincia né in quei primi giorni di febbraio, né tantomeno nelle settimane che seguono.

Nel frattempo vengono prese misure degne di una guerra tra spie: 

Al team al Cairo viene vietato di utilizzare le mail, di agganciarsi a qualunque sorgente Wi-fi, in luoghi privati o aperti al pubblico, nonché il servizio di messaggistica tradizionale da smartphone e l’applicazione WhatsApp (in quel momento ancora priva di crittografia automatica dei testi). Le comunicazioni con Roma viaggiano solo attraverso “Signal”, l’applicazione correntemente utilizzata in Egitto per evitare di essere intercettati. È interrotta, come misura precauzionale, ogni eventuale comunicazione diretta tra il team e la Procura della Repubblica di Roma, che, non a caso, incontrerà e avrà modo di confrontarsi con i sei uomini del Cairo solo al momento del loro ritorno a Roma. Per le chiamate in voce vengono esclusi i cellulari e consentite solo quelle attraverso alcune linee fisse dell’Ambasciata. Che, per altro, è in una condizione di fortezza assediata e spiata.

Questo nonostante le ambasciate nei Paesi amici dovrebbero essere territori franchi e sovrani. Non così per l’ambasciata italiana al Cairo nelle scorse settimane, evidentemente. L’edificio che ospita gli uffici e gli appartamenti dell‘ambasciatore Maurizio Massari, scrive la Repubblica,

è, nei fatti, diviso da una linea immaginaria che sconsiglia conversazioni sul lato est dell’edificio. Quello contiguo ai palazzi del quartiere, e in particolare da un appartamento che, in linea d’aria dista meno di un centinaio di metri, dunque nel raggio di microfoni direzionali, le cui luci sono costantemente e singolarmente spente ogni volta che cala il sole e le tende tirate ogni volta che si alza. Su quel lato est della nostra ambasciata, se proprio si deve parlare, è meglio raccontarsi banalità. Altrimenti, dopo aver lasciato i cellulari a una qualche distanza, si trasloca sul lato Ovest. Quello che affaccia sul lungo Nilo e la strada a scorrimento veloce che lo percorre, il cui rumore di traffico perenne è in grado di impastare e rendere meno decifrabili all’ascolto abusivo le conversazioni.

 


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