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Shoah, famiglie di fratelli uccisi si ritrovano 77 anni dopo

ROMA – Una storia bellissima, raccolta dal Washington Post, racconta come i social network e la nuova tecnologia aiutino a recuperare il tempo perduto, dopo le ferite e la tragedia dell’Olocausto. “Un messaggio alle famiglie che sono ancora alla ricerca dei propri cari, e che non hanno mai perso la speranza di ritrovarli”. Questa, è il caso di dirlo, è una vera e propria favola, che arriva a ben 77 anni di distanza dal tragico e assurdo dolore dello scempio nazista.

Nella loro casa in New Jersey, Jess Katz accende Skype assieme alla mamma e alle sue tre sorelle. Sullo schermo compare un volto: è quello del cugino, il figlio di uno zio scomparso da tempo, che la famiglia pensava di aver perso per sempre nella tragedia dell’Olocausto. Dall’altra parte c’è Evgeny Belzhitsky seduto con la figlia, la nipote e un traduttore nella sua casa sull’isola di Sakhalin, in Russia. Tutti gli otto membri della famiglia sorridono, senza dire niente. Poi scoppiano a piangere. Erano passati più di 70 anni da quando il nonno di Katz, Abram Belz, ha cercato di mettersi in contatto con il suo fratello minore, Chaim. Abram aveva visto l’ultima volta Chaim nel 1939, l’anno in cui la loro famiglia era stata trasferita insieme a migliaia di altri ebrei polacchi nel ghetto Piotrków Trybunalski, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. I due fratelli sono scomparsi pochi anni fa senza essersi mai più rivisti, ma il 20 aprile scorso le loro famiglie si sono ritrovate. I due fratelli erano stati separati subito dopo l’invasione nazista della Polonia, quando la famiglia fu trasportata nel ghetto.

La madre di Abram aveva implorato ai suoi due figli di scappare per salvarsi, racconta Katz: “Mio nonno, dato che era il figlio maggiore, si sentiva in obbligo di restare. Ma era importante per la loro mamma che Chaim provasse a fuggire. E così, con l’aiuto di sua madre, Chaim scivolò attraverso un buco nel muro del ghetto e fuggì attraverso il confine verso l’Unione Sovietica. La famiglia sapeva che ci era riuscito perché inviava loro lettere e pacchetti. Ma poi hanno smesso di arrivare. Abram ha raccontato cosa è successo diversi anni dopo, durante una testimonianza del 1990 per il progetto “USC Shoah Foundation” diretto da Steven Spielberg: “Meno di un anno dopo ci siamo trasferiti nel ghetto, mio nonno morì in casa. Due settimane più tardi, mia sorella è morta di tubercolosi. Mio zio, che aveva solo 26 anni, è stato colpito. La moglie e il bambino sono stati portati a Treblinka dove sono stati uccisi nelle camere a gas. Il resto della mia famiglia è stata sterminata. I miei genitori sono stati mandati a Treblinka e sono stati uccisi dai nazisti”.

Abram e uno dei suoi cugini erano gli unici sopravvissuti della sua famiglia che contava più di 60 persone. Abram è stato liberato dal campo di Mauthausen-Gusen nel 1945. Da quando sono andati in America non hanno mai smesso di cercare Chaim. Il mese scorso, Katz – un esperto di tecnologia – ha deciso di intraprendere la ricerca e aiutarli. A Katz ci sono volute solo due settimane per trovare il figlio di Chaim. Tutto questo ha permesso di colmare migliaia di miglia di distanza, una differenza di tempo di 14 ore e una barriera linguistica che sembrava insormontabile. E riunire così una famiglia.

“Eravamo agitati, piangevano, non potevamo crederci”, racconta Katz. La mattina dopo la famiglia si è riunita per la prima volta su Skype, e ha trascorso due ore a parlare delle loro famiglie e della loro storia.

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