Blitz quotidiano
powered by aruba

Theo Padnos, prigioniero dell’Isis racconta le torture

NEW YORK – Theo Padnos, cittadino americano rapito dall’Isis, nel 2012 fu catturato in Siria e tenuto in ostaggio per due anni da una banda di jihadisti. Il giornalista statunitense, che è stato tenuto prigioniero dal Fronte al Nusra, gruppo che faceva parte di Al Qaeda, racconta al MailOnline la sua straziante esperienza e la convinzione di essere stato torturato dal temuto Abu Mohammad al-Adnani, mente dell’Isis e ucciso il 30 agosto in un’incursione aerea degli Stati Uniti.

“Aveva un modo di parlare molto particolare”, ha rivelato Padnos. “Sentivo che era fuori della porta. L’ha aperta con molta calma e sapevo che sarebbe iniziata la sofferenza”.

Padnos, nell’autunno del 2012 è stato attirato in una trappola da un gruppo di giovani ribelli che gli avevano promesso l’accesso al Free Syrian Army. Invece lo consegnarono al gruppo affiliato ad Al Qaeda, Jachat al Nusra – ora conosciuto come Jabaht Fateh Al Sham, Il Fronte per la conquista del Levante – che lo considerò come potenziale spia della CIA.

E’ stato rilasciato due anni dopo, con la mediazione del Qatar e cinque giorni dopo, l’Isis rilasciò un video in cui mostrava la decapitazione del giornalista statunitense James Foley. Padnos, prima di girare un documentario sugli infernali mesi trascorsi in prigione, ha raccontato al MailOnline le torture che ha dovuto sopportare:

“In ogni struttura dove sono stato trasferito, sono stato torturato. Non sapevi mai che quello che sarebbe accaduto una volta aperta la porta. Quando le guardie erano stanche dei pestaggi, utilizzavano le scosse elettriche o immergevano la testa della vittima in un secchio d’acqua. Hanno versato dell’acqua su di me, forse per rendere più efficaci le scosse elettriche”.

Pur non avendo alcuna prova, i suoi aguzzini erano convinti che collaborasse con la CIA:

“Non fanno un interrogatorio senza torture. Non esiste un interrogatorio senza colpi o scosse elettriche. Lo scopo dell’interrogatorio non è quello di ottenere informazioni ma solo d’infliggere dolore”.

Padnos, un giornalista di Atlanta, per un po’ di tempo fu rinchiuso in una prigione di Aleppo (dove furono tenuti prigionieri, tra gli altri, anche i giornalisti James Foley e Steve Sotloff) ma a differenza degli altri ostaggi, invece di essere lasciato nelle mani dell’Isis, fu trasferito da un posto all’altro nel deserto siriano.

Padnos è stato rapito nel mese di ottobre 2012, ben sei mesi prima della nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham, annunciato da Jabhat al-Nusra. In quel periodo, la maggior parte degli estremisti jihadisti siriani stava lavorando con e sotto Jabhat al-Nusra, fronte siriano di Al-Qaeda.

Adnani sembra che all’epoca fosse comandante di al Nusra. Più tardi, insieme a molti altri capi jihadisti, avrebbe abbandonato la nave allo Stato islamico e attivato la sua ex organizzazione nonché Al-Qaeda. Padnos è stato rapito appena fuori Binnish, la stessa città nell’Idlib dove James Foley e l’ostaggio inglese John Cantlie, ancora prigioniero, furono sequestati il mese successivo.

Binnish è la città natale di Adnani e, secondo alcune fonti, è tornato a viverci liberamente alla fine del 2012. sono stati rapiti il mese successivo. Padnos, che era bendato per la maggior parte del tempo, aveva affinato l’udito e riconosceva la voce del suo “inquisitore”.
“Aveva un modo di parlare molto particolare”. E uno dei motivi per cui Padnos crede che il suo rapitore fosse Adnani poiché il suo accento era chiaramente siriano.

Tre mesi più tardi, dopo essere stato trasferito in un altro carcere ad Aleppo, ha sentito la stessa voce, la porta si è aperta ed è entrato un uomo coperto da un passamontagna che gridava:”Vuoi sapere chi sono?”: se l’è tolto così che il giornalista potesse vedere il suo volto. Dopo il rilascio, Padnos lo avrebbe visto di nuovo, nelle poche foto pubbliche di Adnani, e ascoltato la sua voce negli audio in cui incitava i suoi miliziani a compiere atti di terrorismo in Europa e negli Stati Uniti, in nome dello Stato Islamico.

Padnos, i miliziani erano sempre più convinti che fosse una spia della Cia, sempre bendato, mani e piedi legati fu caricato a bordo di un Suv, nel vano bagagli. Pensò che fosse la fine e cercò di togliere benda: “Prima di morire volevo vedere il paesaggio” ma gli arrivano tre calci fortissimi sul di dietro.

Trascorsero venti mesi di prigionia, Padnos viveva più liberamente e alla fine era quasi “uno della gang”: gli prestarono un abito in stile islamico e gli fu dato un nome jihadista, Abu Mustafa al-Irlandi. Per i carcerieri era una sorta di mascotte e quando hanno incontrato gli islamisti delle frange estreme, ad Abu Mustafa fu consigliato di tenere la bocca chiusa e fingere che stesse aspettando il martirio.

E’ stato solo negli ultimi mesi di prigionia che migliorarono i rapporti con i capi di Al Qaeda ma solo perché avevano intuito che, ai fini del riscatto, in buona salute valeva di più. Nell’agosto 2014, a seguito della trattativa col Qatar, dopo due anni di pestaggi, interrogatori e periodi di isolamento, Padnos fu liberato.

“Gli islamisti desiderano controllare la città e la campagna, come controllano le loro vittime così che quando appaiono nei video, la gente tremi. E’ questo uno dei motivi per cui terrorizzano le persone. Vogliono farle sentire come se fossero in presenza di Dio”.

Il documentario sul calvario in Siria di Theo Padnos, “Theo who lived”, sarà presentato il 7 ottobre negli Stati Uniti.
Il libro di James Harkin, “Hunting Season”, sul rapimento di ostaggi occidentali in Siria, negli USA è pubblicato da Hachette e nel Regno Unito da Little, Brown.

Immagine 1 di 2
  • Theo Padnos, prigioniero dell'Isis racconta le torture
Immagine 1 di 2

TAG: , ,

PER SAPERNE DI PIU'