Economia

Banche fallite: “tutela risparmio” costa 31 mld. Medico pietoso fa piaga purulenta

Banche fallite: "tutela risparmio" costa 31 mld. Medico pietoso fa piaga purulenta

Banche fallite: “tutela risparmio” costa 31 mld. Medico pietoso fa piaga purulenta (foto Ansa)

ROMA – Banche fallite, fallite di fatto o ridotte in condizioni tali da non poter stare in piedi finanziariamente, banche di fatto insolventi anche non giuridicamente definibili fallite, banche che avevano troppi debiti per restare aperte se qualcuno non ci metteva i soldi, un sacco di soldi. Banca Etruria e le sue tre sorelle, Montepaschi Siena, Veneto Banca, Popolare di Vicenza. In nome della “tutela del risparmio” governo, Parlamento, sindacati, partiti di opposizione, sindaci, comitati e ,per quel che contano, anche giornali, televisioni e blog hanno convogliato, finora, su queste banche 31 miliardi di euro.

Tutti medici pietosi che hanno fatto la piaga purulenta. Trentuno miliardi, finora, per difendere un principio e una pratica che l’Italia è ormai l’unico paese ad osservare e a onorare, quello per cui se una banca fallisce meglio, molto meglio e sempre e comunque paghi il contribuente, mai e pi mai ci rimetta qualcosa il risparmiatore.

Trentuno miliardi finora, i conti li ha fatti Gianluca Paolucci su La Stampa. Vediamo chi e quanti miliardi sono stati finora spesi e in parte sprecati in ossequio alla “tutela del risparmio”.

Quasi 12 dei 31 miliardi, per l’esattezza 11 miliardi e 900 milioni li ha tirati fuori il sistema bancario nelle sue varie definizioni. Semplificando al massimo, le banche in salute finanziaria tirano fuori soldi perché le banche malate crollando non tirino già tutta la baracca in un domino di sfiducie e insolvenze. Non lo fanno per prodiga bontà, lo fanno per economico calcolo di sopravvivenza. Comunque, anche se nessuno ve lo dice chiaro le banche, sì proprio loro, ci hanno messo quasi 12 miliardi del loro nel “salvare” le banche fallite.

Altri 15 miliardi e 600 milioni li ha messi…e chi vuoi li abbia messi se non lo Stato, quindi i contribuenti? In parte una quota di questo esborso di denaro pubblico potrà nei prossimi anni rientrare nelle casse pubbliche là dove si tratta di prestiti fatti dalla mano pubblica. In parte appunto, se le cose andranno bene. In parte non rientreranno mai, di sicuro non quei soldi, per nulla pochi, destinati a pensionamenti, pre pensionamenti, tutele sociali dei dipendenti delle banche fallite.

Gli altri 4 miliardi, per l’esattezza 4 miliardi e 140 milioni in teoria li hanno messi investitori e risparmiatori che li hanno persi nel fallimento della loro banca. In teoria per che a questi 4,1 miliardi di perdite vanno sottratti quelli che lo Stato in varia forma rimborsa e rimborserà agli obbligazionisti con la doppia qualifica di piccolo risparmiatore in quel che modo inconsapevole se non proprio ingannato. Quel che lo Stato rimborsa e rimborserà (non poco almeno la metà delle perdite dei risparmiatori) va aggiunto al conto pagato dai contribuenti che sale quindi a circa 18 miliardi.

Se dunque il risparmio paga una quota di fatto largamente inferiore al 10 per cento del totale e i contribuenti pagano circa il 60 per cento e il 30 mancante ce lo mettono le banche, si può parlare di “risparmio tradito”? I numeri dicono di no ma la gente, le tv, i giornali, i blog, i partiti, i sindacati parlano ogni giorno di “risparmio tradito” appunto. E i governi italiani di questo parlare e sentire comune, anche se infondato, hanno una gran paura.

Per cui applicano con costanza la cura del medico pietoso: ritardano decisioni e scelte favorendo la fuga dei soldi dalle banche in crisi. Quindi spendono più del necessario. Ma soprattutto l’intero sistema politico guarda, come spiega con chiarezza Stefano Lepri su La Stampa, in primo ed esclusivo luogo agli “interessi concentrati, investitori, obbligazionisti, gruppi dirigenti locali, sindacati del personale”. A questi si guarda molto più che all’interesse dei contribuenti. Perché l’obbligazionista o l’azionista o il dipendente direttamente toccato si trasforma per la politica in insostenibile disastro di consenso. Il contribuente invece non viene giudicato dalla politica un interlocutore elettorale diretto e immediato.

Accollare al contribuente decine di miliardi non costa tanti voti quanto far perdere qualche decina di milioni agli azionisti di Banca Etruria. E’ un fatto e la politica, anzi il sistema Italia,di questo fatto prende atto. Forse va così diciamo per…abitudine e tradizione. Da almeno un secolo e mezzo, dall’unità d’Italia i grandi fallimenti bancari li ha sempre pagati il contribuente e nessun altro.

Si comprende quindi perché il cosiddetto bail-in (far pagare una quota del disastro agli investitori-risparmiatori della banca disastrata) in Italia sia parola e pratica radioattiva, insomma una impraticabile bestemmia. Quindi quando l’Europa decide di adottare il bail-in, cioè non paga tutto e solo il contribuente, l’intero sistema Italia fa lo scemo per non andare in guerra. Anzi un po’ in battaglia andiamo, contro la regola europea e chiediamo di fatto alla Ue di esentarci dall’osservare la regola.

Il bello è che lo otteniamo di non applicare la regola, in particolare sulle banche venete. La Ue ce lo concede. Per due motivi assai politici. Il primo, la Ue capisce che l’Italia non reggerebbe politicamente un bail-in. La seconda, esentarci dalla regola costituisce ottima ragione per poi dirci: volete l’unione bancaria in cui le garanzie e gli aiuti alle banche europee siano a carico e responsabilità di tutta Europa? No, proprio no. Se voi italiani volete fare con le vostre regole, fate pure. Ma che il resto d’Europa garantisca con i suoi soldi le vostre esenzioni alla regola europea, questo proprio no. E anche se nessuno o quasi se ne rende conto e a nessun elettore fregherebbe men che nulla anche lo sapesse, è questa la piega più purulenta della piaga purulenta.

Lo racconta con chiarezza Alessandro Barbera qual è la storia italiana, questa storia. “Siamo rimasti i soli a difendere un principio ormai superato in quasi tutto il mondo civile: se c’è da decidere a chi far pagare le conseguenze di un dissesto bancario, meglio il contribuente ce il risparmiatore”. C’è fa aggiungere solo che questo principio è saldamente condiviso dalla massima parte della pubblica opinione.

Nonché dalla Cgil ai Cobas, passando per tutti i sindacati E da Grillo, Berlusconi, Salvini, Bersani, Meloni…Ed è attuato di fatto da Padoan, Gentiloni, Renzi, Letta e chiunque governi. Ed è propagandato dalla totalità dei conduttori di telegiornali e talk-show. Ed è un principio che, fosse sottoposto a referendum, passerebbe al vaglio popolare con il 90 per cento dei sì.

Perché si fonda sul timore, orrore, fobia del “risparmio tradito”. Anche se tradito non lo è, praticamente per nulla.

Nelle banche fallite chi aveva un conto corrente non ci ha rimesso e non ci rimetterà un euro. Neanche se il conto è sopra la fatidica soglia dei centomila euro.

Nelle banche fallite chi aveva un deposito titoli con investimenti che la banca custodiva non perde ovviamente un centesimo.

Nelle banche fallite chi di quelle banche aveva obbligazioni non subordinate non perde se non il calo del valore dell’obbligazione stessa sul mercato, quel che può accadere ad ogni investimento ovunque e sempre sul pianeta.

Nelle banche fallite chi aveva obbligazioni subordinate che ovviamente al momento del fallimento già valevano poco o nulla perde quell’investimento di fatto già azzerato ma se dimostra essere stato investimento “familiare” o non consapevole del rischio lo Stato lo rimborsa della perdita.

Nelle banche fallite perdono i loro soldi quelli che avevano comprato azioni di quelle stesse banche. Come accade a chiunque compri azioni di un’azienda che va male o crolli o chiuda. Glia azionisti perdono il capitale di rischio investito in azioni. In un posto normale del pianeta si direbbe: e stai a vedere che accada il contrario. Che possa accadere il contrario sarebbe concepibile come un’inversione della legge di gravità.

Ma nel nostro meraviglioso paese abbonda chi sostiene che anche gli azionisti vadano risarciti. Che, se fosse, si potrebbe estendere il principio, non fosse altro che per eguaglianza: chiunque compra azioni, qualunque azione, deve guadagnarci per forza e non rimetterci mai. Sarebbe la soluzione per i mali economici del mondo: investimenti che fruttano sempre e, se va male, ce li mette lo Stato.

Un Casinò globalizzato dove chi gioca al tavolo o vince o, se non esce la carta o il numero, i soldi per pagare glieli danno i passanti fuori dall’edificio sotto forma di contribuenti. Altrimenti…altrimenti ci si mette tutti a gridare “risparmio tradito” e vedrai che qualche soldo arriva.

 

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