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Banche italiane, Ft: Buttano soldi. 850mila € a consigliere

ROMA – Il Financial Times denuncia: “Le banche italiane buttano soldi, 850mila euro a un consigliere”. Troppi consiglieri, troppi consigli di amministrazione e con stipendi decisamente troppo alti. Il Financial Times approfondisce quello che tempo fa il governatore della Bce Mario Draghi aveva fatto capire: le banche italiane buttano soldi. Lo fanno perché hanno tutte un consiglio di amministrazione. E perché, sempre o quasi, quei consigli di amministrazione sono troppo numerosi rispetto alla dimensione del bene da amministrare. Per non parlare delle retribuzioni dei consiglieri.

Del resto basta guardare i numeri, come fa il Corriere della Sera in un pezzo firmato da Fabio Savelli:

Il Banco Popolare ha 24 rappresentanti in consiglio. Banca Popolare dell‘Emilia Romagna ne ha 18. Intesa Sanpaolo è da poco passata al sistema monistico, ma ha avuto per lungo tempo un sistema dualistico con 28 membri nel doppio board. Ubi banca ha 23 persone nel suo consiglio di sorveglianza e altre nove nel comitato di gestione.

Sempre secondo il Financial Times, questi consigli di amministrazione ipertrofici brillano, si fa per dire, per la scarsa rappresentanza di donne e stranieri. La foto, insomma, è quella di un microcosmo chiuso e vecchio, teso a conservare rendite di posizione. E poi c’è il discorso stipendi. Con una punta di pudore il Financial Times si limita a definirli “stravaganti”. Ma sembrano qualcosa di peggio:

 Secondo lo studio la retribuzione media dei membri del consiglio, tra cui gli amministratori delegati, è stata di 850mila euro. Ma il tempo sta per scadere per questo vecchio modo di fare le cose. Quindici mesi fa il governo ha approvato una riforma che sta costringendo le prime 10 banche di credito cooperativo italiane a diventare società per azioni, innescando i processi di consolidamento auspicati.

Quindi l’attacco finale: non solo i consiglieri sono troppi e troppo ben pagati. Lavorano anche male. Sono, per dirla con il quotidiano americano, “debolmente redditizi” visto che molte banche hanno dovuto ristrutturare. Infine il capitolo “sofferenze bancarie”:

Il settore ha anche 360 miliardi di euro di sofferenze lorde – pari a circa un quinto del prodotto interno lordo – che sta trascinando verso il basso anche l’anemica ripresa economica del Paese. Una recessione terribile e un decennio di stagnazione sono in parte responsabili, ma lo è anche stato una cultura del credito clientelare. Esperti di corporate governance sostengono che ciò sia da ascrivere ai processi di selezione delle classi dirigenti. Influenzati dalle fondazioni bancarie azionista che hanno nominato notabili locali senza grandi competenze in ambito bancario. Si tratta spesso di persone con connessioni con la politica locale. Nulla di più. Capitalismo di relazione.