Blitz quotidiano
powered by aruba

Canone Rai in bolletta: stop del Consiglio di Stato

ROMA – Canone Rai in bolletta: stop del Consiglio di Stato, che invita il governo Renzi a rivedere il regolamento, sospendendo il proprio parere in merito. Parere che per legge il Consiglio è tenuto a dare sul decreto emanato dal ministero dello Sviluppo Economico. Ma c’è confusione, secondo l’organo supremo della giustizia amministrativa, in alcune importanti novità del provvedimento che introduce il pagamento della tassa sulla televisione nella bolletta della luce.

Il Consiglio di Stato sottolinea la mancanza di “un qualsiasi richiamo ad una definizione di cosa debba intendersi per apparecchio televisivo”, dal momento che sul mercato sono ormai disponibili molti “device” per la ricezione dei programmi. Nessun riferimento allo scambio dati tra vari enti necessario per l’addebito. Formule tecniche di non facile comprensione. Sono “criticità” che, secondo i giudici amministrativi, dovrebbero indurre il governo a riformulare il decreto.

Nell’atto del Consiglio di Stato, sezione consultiva per gli atti normativi, vengono esaminati i contenuti dello schema di regolamento sui contenuti dalla legge di Stabilità e le disposizioni sul canone Rai con l’addebito nella bolletta elettrica.

Uno dei primi aspetti segnalati, è che “l’adozione del decreto non è avvenuta nel rispetto del termine previsto dalla norma di riferimento e che non risulta espresso il concerto del Ministro dell’economia e delle finanze”, come previsto dalla legge di Stabilità 2016; e “con il concerto – si sottolinea – il Ministro partecipa dell’iniziativa politica, concorrendo ad assumerne la responsabilità: pertanto, il concerto può essere manifestato da un funzionario soltanto per espresso incarico o per delega del Ministro e non sotto la forma di semplice nulla osta al prosieguo dell’iter procedurale”.

Questo il comunicato ufficiale: “Il Consiglio di Stato ha espresso un parere interlocutorio sullo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico riguardante il canone di abbonamento alla televisione, in attuazione dell’articolo 1, comma 154 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità 2016). Con tale parere sono stati evidenziati alcuni profili che richiedono un approfondimento da parte dell’Amministrazione, quali l’individuazione di cosa si debba intendere per apparecchio televisivo, la cui detenzione comporta il pagamento del relativo canone di abbonamento, e il rispetto della normativa sulla privacy”. Spiega Repubblica.it:

In un suo atto, il Consiglio di Stato lamenta che il decreto – scritto dal ministero dello Sviluppo Economico – non offre una “definizione di apparecchio tv”. E neanche precisa che il canone si versa una volta sola, anche se abbiamo più televisori in casa. E’ dunque indispensabile chiarire che la famiglia deve versare la gabella un’unica volta, e soltanto se possiede un tv che riceve i programmi in modo diretto “oppure attraverso il decoder”. In questo modo, il decreto chiarirà una volta e per sempre che non si deve pagare niente quando si hanno uno “smartphone o un tablet” che pure riescono oggi a intercettare il segnale televisivo.

Il Consiglio di Stato osserva anche che la riscossione del nuovo canone pone un problema di privacy, vista l’elevata mole di dati che si scambieranno gli “enti coinvolti (Anagrafe tributaria, Autorità per l’energia elettrica, Acquirente unico, Ministero dell’interno, Comuni e società private)”. Eppure il decreto ministeriale non prevede neanche uno straccio di “disposizione regolamentare” che assicuri il rispetto delle normativa sulla riservatezza.

Sempre il Consiglio di Stato stigmatizza la scarsa chiarezza del decreto ministeriale che pure tratta una materia molto sentita dagli italiani. Oscuro, ad esempio, è il passaggio che definisce le categorie di utenti tenute al pagamento dell’imposta per Viale Mazzini.

E poi c’è il capitolo della dichiarazione che bisogna inviare all’Agenzia delle Entrate per attestare di non avere il televisore. Gli adempimenti in capo a chi non deve versare la gabella tv sono tali da imporre allo Stato una campagna d’informazione capillare, che il decreto però si guarda bene dal chiedere.

Infine il Consiglio di Stato punta l’indice sul fatto che il ministero dell’Economia non ha dato un formale via libera (attraverso il meccanismo del “concerto”) al decreto scritto dal ministero dello Sviluppo Economico. Il ministero dell’Economia si è limitato ad una presa d’atto dell’esistenza di questo atto. In assenza del “concerto”, però, si rischia di inficiare la “correttezza formale” dell’iter amministrativo.