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Contratto statali: addio scatti stipendio uguali per tutti

ROMA – Addio agli aumenti, cioè gli “scatti stipendiali” uguali per tutti: è la novità più importante della trattativa fra gli statali e il governo per il rinnovo del contratto, fermo da 7 anni. Da una parte ci sono i sindacati, dall’altra l’Aran, agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione come datore di lavoro. Al fianco dell’Aran il ministro Marianna Madia (che guida il dicastero della Pubblica amministrazione, appunto).

Sul piatto ci sono 300 milioni di euro previsti dalla Legge di Stabilità 2016. Per i sindacati questa cifra si tratterebbe di una mancia pari ad otto euro di aumento per ognuno dei 3 milioni di dipendenti pubblici. Ma qui arriva la novità che il governo Renzi vuole imporre nella trattativa: non più aumenti di stipendio uguali per tutti ma rapportati alla produttività e alle fasce di reddito. Lo slogan del governo è: abbandonare il metodo dei “polli di Trilussa“.

Inoltre i comparti in cui è organizzato il settore pubblico non saranno più 11 ma 4, più uno piccolo ma di un certo peso, visto che viene “salvato” dalla riorganizzazione: la presidenza del Consiglio. Gli altri sono sanità, enti locali, funzioni centrali (ministeri, enti come l’Inps e Agenzie) e istruzione (scuola, ricerca, università, accademie e conservatori). Quindi non più undici delegazioni sindacali con cui trattare, ma cinque. Spiega Lorenzo Salvia sul Corriere:

Da questo punto di vista l’accordo di martedì è un altro colpetto ai sindacati, che d’ora in avanti avranno meno tavoli ai quali sedersi per discutere di regole e stipendi. Anche per questo l’accordo dà 30 giorni di tempo alle organizzazioni dei lavoratori per redistribuire le deleghe, cioé il potere di firma al tavolo della trattativa, con eventuali fusioni e accorpamenti. Il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia parla di un sistema «più semplice e innovativo». La sanità e gli enti locali restano due comparti a sé, come è già adesso. In quello delle «funzioni centrali» si fondono i ministeri, gli enti pubblici non economici, come l’Inps, e anche le agenzie fiscali, che pure avevano rivendicato il mantenimento di un comparto separato facendone una questione di sopravvivenza, e infatti protestano.

Quello dell’istruzione mette insieme scuola, ricerca, università, accademie e conservatori. La presidenza del consiglio non entra in nessuna delle nuove quattro aree, che come numero ma non come perimetro erano state fissate nel 2009 da un decreto dell’allora ministro Renato Brunetta. Per questo Palazzo Chigi resta di fatto un comparto separato, come confermano all’Aran.

Cosa succederà adesso? Cgil, Cisl e Uil dicono che il governo «non ha più alibi»: deve aprire «subito» le trattative per il rinnovo del contratto, visto che il blocco è stato bocciato da una sentenza della Corte costituzionale di quasi un anno fa, e trovare risorse aggiuntive.