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Contributi tagliati, più soldi in busta: il nodo pensioni

ROMA – Contributi tagliati, più soldi in busta: il nodo pensioni. Nel Governo si fa strada il progetto di ridurre la differenza tra costo netto e lordo del lavoro: l’obiettivo è mettere più soldi nelle buste paga dei lavoratori, attraverso un taglio del cuneo fiscale. Nelle ipotesi formulate a esser ridotto dovrà essere il cuneo contributivo: un taglio contributi di sei punti per i neo-assunti, tre per il lavoratore, tre per l’azienda. Attraverso una misura permanente, non una tantum.

Due le strade. La prima conduce a una riduzione delle aliquote Irpef, costa 6 miliardi: ma dal momento che lo Stato non coprirebbe la differenza con l’Inps, si avrebbero stipendi più ricchi e assegni pensionistici futuri più leggeri. Per questo si immagina un meccanismo per consentire al lavoratore di versare i tre punti di contributi alla previdenza integrativa (dove non sarebbero colpiti dall’Irpef). Valentina Conte su Repubblica calcola gli effetti sulle busta paga.

Come anticipato da Repubblica in agosto (su calcoli effettuati dalla Uil), se il piano rimane nella versione originaria, il taglio di sei punti di contributi vale 1.500 euro l’anno (per uno stipendio medio da 25 mila euro lordi), 126 euro al mese. La metà di questi 1.500 euro lordi, dunque 750 euro (l’unico sconto che il lavoratore “vede” in busta paga, l’altra metà va al datore), possono però essere dirottati ai fondi pensione o lasciati in busta paga. In questo secondo caso, si riducono a 512 euro, scorporate le tasse. E dunque a 43 euro netti in più al mese. (Valentina Conte, La Repubblica)

Il progetto del sottosegretario Nannicini. “Il taglio strutturale del cuneo contributivo per tutti i lavoratori a tempo indeterminato è una sfida, ma per ora non c’è una proposta politica o uno studio approfondito”. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, in occasione di un convegno all’Istat. E’ un tema per cui c’è ancora tempo, che si porrà dopo l’esaurimento dell’esonero contributivo, una “misura temporanea, che – ricorda – segue un decalage”. “Ovviamente – spiega – sarebbe una riduzione molto più contenuta rispetto a quella attuale”.

Il taglio, sottolinea, avverrebbe attraverso due strade parallele: “Parte dei contributi ridotti dal datore sono in parte fiscalizzati, parte di quelli ridotti dal lavoratore si spostano dal primo al secondo pilastro previdenziale, che ha rendimenti più alti”. Quindi, “una parte del risparmio si riduce ma viene fiscalizzato, una parte non si riduce ma viene spostata sulla previdenza completare, con maggiori rendimenti”. E così secondo Nannicini “le pensioni non si ridurrebbero”.

“Non stiamo parlando di una proposta ma di una sfida, una sfida aperta: magari finisce la misura temporanea dell’esonero contributivo e non succede nulla, magari invece si pone proprio lì la sfida, vista anche la richiesta delle parti sociali, per rendere strutturale la differenza nel costo del lavoro tra contratto a tempo indeterminato e le altre forme di contratto”, ha evidenziato il sottosegretario.

“Non c’è una proposta, non c’è uno studio approfondito su come farlo, ma c’è un problema, ovviamente la riduzione non potrà essere così grossa come nella misura congiunturale. Parliamo di una riduzione molto più contenuta”. Ma, tiene a chiarire, “non c’è una volontà politica maturata, solo un’ipotesi di lavoro, un dibattito aperto”. Per Nannicini “vanno fatte simulazioni, va capita la fattibilità”.

Il punto, ha riepilogato, “è intervenire senza intaccare le aspettative pensionistiche. E la strada sta nel fiscalizzare una parte del taglio e una parte, senza oneri per i lavoratori, spostarla sul secondo pilastro, ritoccando il peso del portafoglio previdenziale”. Comunque, ha concluso, “per pensarci c’è tempo fino al 2018″.