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Derivati, Corte Conti convoca Morgan Stanley e ex Tesoro: “Hanno scommesso coi soldi degli italiani”

ROMA – La banca d’affari americana Morgan Stanley e gli ex responsabili del Tesoro Maria Cannata, Domenico Siniscalco, Vincenzo La Via e Vittorio Grilli dovranno comparire davanti alla Corte dei Conti. Sono accusati di aver “scommesso con i soldi degli italiani”, come sintetizzano su Repubblica Alberto Custodero e Walter Galbiati, e di aver costretto lo Stato (all’epoca guidato dal premier Mario Monti) a chiudere in fretta e furia i contratti stipulati con la banca con un danno erariale da 4,1 miliardi.

Secondo i magistrati contabili la colpa degli ex dirigenti del Tesoro (due dei quali, Vittorio Grilli e Domenico Siniscalco, dopo l’esperienza al ministero sono finiti a lavorare proprio in due banche d’affari, la JP Morgan e la Morgan Stanley stessa) è di aver concesso a Morgan Stanley una clausola non compatibile con gli obiettivi di gestione del debito pubblico del Tesoro. Quella clausola (Ate, Additional Termination Events), una volta attivata, imponeva allo Stato di chiudere l’esposizione verso la banca immediatamente, e non in un periodo medio-lungo come avviene solitamente.

In particolare, spiega Repubblica, la Morgan Stanely poteva chiedere all’Italia di chiudere tutte le posizioni debitorie nel caso in cui l’esposizione creditizia avesse superato un limite prestabilito.

E tra il 2011 e il 2012, nel pieno della crisi, con gli spread alle stelle, Morgan Stanley chiese proprio l’attivazione di quella clausola. E il governo Monti “obbedì senza batter ciglio”, scrivono Galbiati e Custodero, e sborsò 3,1 miliardi di euro.  

Per di più alcuni dei contratti derivati stipulati dal Tesoro avevano in sé alcune “caratteristiche speculative”, scrive Repubblica, vietate ad un investitore pubblico (che, cioè, investe i soldi dei cittadini). Una di queste caratteristiche (o “scommesse”, come la definisce la Procura della Corte dei Conti) ha permesso a Morgan Stanley di incassare 1,3 miliardi a fronte di un esborso iniziale a favore del ministero del Tesoro di soli 47 milioni di euro. 

I danni stimati ammontano a 4,1 miliardi, perché ai 3,1 miliardi restituiti si sommano gli interessi sul finanziamento aperto per sopperire al fabbisogno generato dalle operazioni di chiusura (725 milioni) e sui flussi negativi generati dalle swaption (277 milioni).


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