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Fondi integrativi per la pensione, attenzione ai rischi

ROMA – Fondi integrativi per la pensione, attenzione ai rischi. Con i tempi che corrono, la crisi del lavoro e l’allungarsi dell’aspettativa di vita la pensione per molti è un miraggio, soprattutto giovani. Le parole del numero uno dell’Inps, Tito Boeri, sui trentenni che non andranno in pensione prima dei 75 anni per i trentenni non è certo una sorpresa: l’incognita, caso mai, è se una pensione ci sarà.

Così alcuni, ma non certo solo trentenni, corrono ai ripari e mettono da parte quel che possono in un fondo integrativo, una previdenza complementare piuttosto diffusa all’estero, nei Paesi con scarso welfare (e imposte sul lavoro più basse), ma che si sta diffondendo sempre di più anche in Italia.

Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo sul Secolo XIX avvertono però che ci sono alcuni rischi che si possono correre con questo tipo di prodotti, che sono pur sempre prodotti finanziari, anche se sempre più diffuso.

A fine 2015, secondo la Covip, la commissione di vigilanza del settore, le adesioni sono 7,3 milioni, con un aumento annuo del 13,4% (+860 mila). Più di tutti crescono i fondi negoziali (o chiusi), riservati a specifiche categorie di lavoratori secondo accordi siglati con i rappresentanti aziendali: in un anno ci sono stati 530mila nuovi iscritti, pari al +27,3%, la quasi totalità dei quali dovuti a un motivo preciso. E cioè: il meccanismo di adesione automatica al fondo di settore “Prevedi” stabilito dal contratto degli edili.

Ma come funzionano i fondi pensione chiusi? Spiega il Secolo XIX:

Il lavoratore versa, tramite il datore, le quote del Tfr, e se vuole il contributo a proprio carico a cui corrisponde quello del datore di lavoro. È possibile versare soltanto il Tfr e in tal caso l’azienda non ha l’obbligo di versare la propria quota. Insomma, cambia il sistema e in un certo senso anche la psicologia del lavoratore che, angosciato da continue riforme e da nefasti presagi, si rifugia in un’offerta che può essere interna alla sua azienda o in mano a banche e assicurazioni.

 

Ecco però alcuni possibili rischi, come spiega Beppe Scienza, docente dell’Università di Torino e studioso dei fondi pensione:

“Fondi chiusi o aperti e Piani individuali previdenziali (Pip) sono tutti prodotti potenzialmente tossici con parecchie criticità evidenti. La prima è l’assenza di trasparenza: il lavoratore non sa nel dettaglio in quali azioni e obbligazioni vengono investiti, non sa cosa sia stato comprato e venduto e a che prezzo”. È il mercato, la logica del risparmio gestito che guida la finanza globale. “I fondi pensione possono avere quote di fondi comuni, anche esteri. Lo stesso gestore vede solo le quote dei fondi comuni sottoscritti, e neppure lui sa cosa viene scambiato”. La struttura di gestione dei fondi chiusi prevede che metà degli amministratori e dei controllori sia nominato dai datori di lavoro: “Assurdo, perché i soldi sono dei lavoratori, anche se una parte è versata dalle aziende”.

Da questo punto di vista la normativa italiana dovrebbe tutelare di più i lavoratori, dal momento che fissa al 20% la quota di titoli dell’azienda, o del settore del lavoratore, che può essere acquistata dal fondo. Eppure, continua Scienza,

“in situazioni di crisi dei mercati, il rischio è comunque alto e chi si è affidato a un fondo può vedere il proprio capitale perdere in potere d’acquisto”. Il caso che Scienza cita sempre, anche ai suoi studenti, è quello della Enron: i fondi pensioni avevano in pancia azioni della multinazionale statunitense che al momento del suo crollo sono diventate carta straccia.

In Italia, un simile esempio, in piccolo, riguarda Cometa, il fondo integrativo dei metalmeccanici. Francesco Dainin, 56 anni, responsabile tecnico di reparto di un’azienda di cosmetici del Varesotto versa i suoi contributi a questo fondo sin dalla sua fondazione. “Ma – racconta – ho scoperto che la mia azienda non dà il suo contributo dal 2010. In pratica avrebbero dovuto versarmi 20 mila euro e non lo hanno fatto. I sindacati interni ci avevano assicurato che avrebbero chiesto un piano di rientro ma non è avvenuto”. Alla fine, Dianin si è rivolto all’avvocato Roberta Vegetti, esperta di previdenza integrativa, e ha ottenuto con un accordo privato che in sei mesi gli venga restituito quello che non gli è stato versato in sei anni. Adesso sta conducendo una trattativa sugli interessi. “Non c’è sufficiente trasparenza su questi fondi. Nessuno dell’azienda, che è in crisi dal 2008, ci ha mai comunicato niente, neanche un messaggio in bacheca”.


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