Blitz quotidiano
powered by aruba

Google, sconto tasse in Gb. “Un successo”. Ma doveva 1 mld

Google ha ottenuto da Londra di dover pagare solo 130 milioni di sterline per le tasse evase negli ultimi dieci anni su un imponibile stimato dagli esperti in 4 miliardi di sterline

LONDRA – Google costretta a pagare una multa da 130 milioni di sterline (circa 170 milioni di euro) per aver evaso le tasse nel Regno Unito. Centotrenta milioni su un imponibile che potrebbe arrivare a 4 miliardi (oltre 5 miliardi di euro), secondo le stime degli esperti. La transazione ha scatenato furiose polemiche nel Paese. Ma il premier David Cameron e, soprattutto, il cancelliere dello scacchiere (cioè il ministro dell’Economia) George Osborne si difendono, definendo l’accordo con il colosso di Menlo Park “uno dei maggiori successi” di Londra. Non la pensa così, però, l’Unione europea, che ha aperto un’inchiesta sul caso.

L’accordo è stato raggiunto martedì 26 gennaio. Pagando 130 milioni di sterline (circa 170 milioni di euro) Google si è vista condonare tasse non pagate su un imponibile potenziale di 4 miliardi.

A cavalcare la protesta non è solo l’opposizione, con in testa il socialista leader del Labour Jeremy Corbyn, ma anche lo stesso partito conservatore. Cameron è stato costretto ad intervenire per difendere la bontà (e la legittimità) dell’operazione. E il ministro Osborne ha liquidato la cosa dicendo:

“Quando sono diventato ministro Google non pagava tasse. Adesso invece le paga e io ho introdotto una nuova cosa chiamata ‘tassa sui profitti dirottati’ per assicurare che in futuro continui a pagare. C’è altro da fare? Chiaramente sì. Dobbiamo accertarci che le leggi internazionali si mettano in pari e noi stiamo facendo da apripista in questo senso”.

I detrattori dell’intesa, però, parlano di vero e proprio “regalo”, imputando ad Osborne di essere stato troppo accondiscendente. Del resto la stessa Agenzia delle Entrate italiane è riuscita a strappare a Google 318 milioni di euro su un’evasione contestata da 879 milioni.

Osborne, però, non ci sente. Continua a vantare il fatto che il Regno Unito sia “attraente” per le grandi holding, tanto che gran parte della sua crescita, sostiene sempre Osborne, arriva proprio dalla finanza e dai servizi.

Quei 130 milioni, sostiene qualche analista, sono d’altronde calcolati solo su parte della raccolta pubblicitaria prodotta da Google nel regno, poiché Londra ha accettato la tesi ‘difensiva’ in base alla quale l’azienda pretende di non avere “stabile organizzazione” in Gran Bretagna, ma solo in Irlanda, dove la corporation tax è appena del 12,5% e dove, per di più, la major digitale ha spuntato un privilegio ad hoc che le riconosce l’equiparazione alla normativa delle Bermuda, sede di una sua casa madre: vale a dire con tassazione pari di fatto a zero.  Tutto legale, a quanto pare, in attesa che l’Ocse indichi come annunciato un nuovo quadro di regole, almeno un po’ più stringente, sul trattamento fiscale delle multinazionali.

Nel frattempo, però, sulla transazione britannica ha acceso un faro la Commissione europea che, dopo aver ricevuto una lettera di un membro del National Scottish Party, ha deciso di esaminare la cosa.

“E’ troppo presto per dire quale sarà il prossimo passo”, ha detto il portavoce della commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager. “Ma se troviamo qualcosa che ci preoccupa, se qualcuno ci scrive e dice che forse la cosa non è andata come avrebbe dovuto, allora noi cerchiamo di capire se effettivamente è tutto in regola”.


TAG: ,

PER SAPERNE DI PIU'