Economia

Lavoro: ci sono 120 mila posti tecno, a settembre. Ma non c’è chi sa fare quei lavori

Lavoro: ci sono 120 mila posti tecno, a settembre. Ma non c'è chi sa fare quei lavori

Lavoro: ci sono 120 mila posti tecno, a settembre. Ma non c’è chi sa fare quei lavori (foto Ansa)

ROMA – Lavoro: ci sono 120 mila posti tecno, a settembre. Qui, oggi 120 mila posti di lavoro. Anzi di più che posti di lavoro, per l’esattezza 117.560 offerte di lavoro da parte delle aziende. Sono le aziende stesse che hanno fatto calcolo e stima di quante persone vorrebbero assumere. Ma c’è un ma grosso come una casa: non ci sono giovani disoccupati o comunque persone senza lavoro che siano in grado di svolgere quei lavori. Sono infatti lavori tecnici, ad alto contenuto tecnologico, sono mansioni produttive che scuola e università non insegnano e che chi cerca lavoro molto raramente ha.

Servono, sono pronte assunzioni per 32 mila circa tecnici della meccatronica, 35 mila specializzati in meccanica, 13 mila in elettronica, 10 mila ingegneri elettronici, 9 mila ingegneri industriali…Servono e non si trovano. Lo dice Confartigianato. E così 120 mila posti di lavoro messi sul tavolo a settembre rischiano grosso di restare lì, sul tavolo del mercato del lavoro senza che nessuno dei non occupati possa sedersi a quel tavolo. I più non possono perché non dispongono delle competenze utili e necessarie ad un lavoro tecnicamente specializzato.

E’ una delle chiavi per comprendere come, almeno in Italia, la ripresa economica in atto sia ripresa senza occupazione. L’economia tutta marcia più veloce, si produce più reddito e ricchezza ma gli occupati e i disoccupati restano più o meno gli stessi.

Succede perché imprenditori e investitori ancora non si fidano e quindi appunto esitano ad investire.

Succede perché l’impresa italiana è scarsamente capitalizzata con risorse proprie e dipende praticamente in toto dal credito, insomma pochissimi hanno i loro soldi in azienda, hanno in azienda i soldi delle banche e le banche come sistema fanno ancora fatica.

Succede perché molta imprenditoria preferisce la finanza alla produzione.

Succede perché le imprese italiane sono troppo piccole e gelosamente proteggono questo loro handicap. Aiutate in questo da una politica miope e provinciale.

Succede perché c’è poca innovazione tecnologica in azienda.

Succede perché sindacati e lobby, oltre a una pessima imprenditoria, tengono da decenni bassa la produttività.

Succede perché il costo del lavoro tra tasse e contributi è troppo alto, scoraggia, diffida ad assumere.

Ma succede anche perché i giovani in cerca di lavoro e senza lavoro sono in gran parte non adeguati di fatto incapaci ai lavori contemporanei. Questo nessuno o quasi lo dice perché a dirlo non si diventa molto popolari. Eppure i 120 mila posti messi lì a settembre dalle aziende che non trovano chi possa occuparli stanno lì a testimoniarlo.

La ripresa economica c’è, ad attestarlo c’è arrivata anche Moody’s buon ultima. Il Pil viaggia verso un più 1,3 per cento annuo (all’inizio si stimava 0,8, qualcuno dalle varie opposizioni diceva neanche 0,8). Ma non ci sono nuovi occupati in proporzione. Allora il governo prepara meno tasse e contributi per chi assume giovani. Giusto, corretto. Ma potrebbe non bastare: anche a tasse e contributi zero se il giovane da assumere non ha le competenze per fare il lavoro che senso ha dargli un posto di lavoro? Nessuna azienda assume in pianta stabile un incompetente. Neanche a costo zero. A meno che non sia un rampollo di qualche alta o bassa clientela.

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