Economia

Lavoro: tre milioni ne hanno zero, ma tre milioni ne hanno due

ROMA – Lavoro: che ci siano tre milioni di italiani senza lavoro, disoccupati, è cosa nota. Triste e nota. Meno noto è che ci siano altri tre milioni di italiani che di lavori ne hanno due, un principale e l’altro per così dire aggiuntivo. Chiariamo subito il più possibile probabile degli equivoci: non sempre chi ha il secondo lavoro “ruba” il primo ai disoccupati. Qualche volta sì, il più delle volte no. Perché i cosiddetti secondi lavori sono spesso frammentari e spezzettati, quindi non sono un “posto” che qualcuno toglie a qualcun altro. Però qualche volta succede che il secondo lavoro tolga aria a chi cerca il primo.

E diciamola subito tutta: quelli che hanno il secondo lavoro in gran maggioranza lo hanno e lo fanno alla luce del sole. Dei tre milioni con primo e secondo lavoro, circa due milioni e mezzo si muovono in “chiaro”. Il restante mezzo milione opera “a nero”. Queste almeno le stime di Emilio Rayneri, sociologo del lavoro alla Bicocca, autore dello studio basato sui dati Istat e sul raffronto tra lavoratori e posizioni lavorative.

Ne risulta che a praticare il secondo lavoro oltre al primo sono soprattutto lavoratori dipendenti. E fin qui appare ovvio. Come ovvio che siano in quota maggioritaria lavoratori dipendenti pubblici. Insomma il secondo lavoro si accompagna a stipendio sicuro nel primo di lavoro. Anzi, stipendio e posto sicuro nel primo lavoro sembrano la conditio sine qua non del secondo lavoro. Nel secondo lavoro i lavoratori dipendenti mettono le competenze acquisite nel primo e il tempo che il primo lavoro lascia loro. E mettono competenze e tempo sul mercato a basso prezzo per chi acquista. Il loro secondo lavoro ha un basso costo (appunto del lavoro) perché i costi maggiori sono sostenuti dal primo.

Lo possono fare, la possono fare la seconda attività. E’ legale e consentita se quel ramo della Pubblica Amministrazione ne viene preventivamente informata e dà il nulla osta. E’ legale e consentita la seconda attività se il datore di lavoro privato non riscontra danno all’azienda o favori alla concorrenza.

Un solo dubbio, sulla base di empirica e non scientifica esperienza: quel mezzo milione, solo mezzo milione, che fa il secondo lavoro “in nero” ci appare decisamente sotto stimato.

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