Economia

Licenziamenti colpa del Jobs Act? No, i lavoratori ci guadagnano l’indennità

Licenziamenti colpa del Jobs Act? No, sono i lavoratori che ci guadagnano

Licenziamenti colpa del Jobs Act? No, sono i lavoratori che ci guadagnano (foto d’archivio Ansa)

ROMA – I licenziamenti sono aumentati nel 2016, specie quelli disciplinari (ovvero per giusta causa e giustificato motivo). Tutti i principali giornali si sonno affrettati a dare la colpa al Jobs Act. La tesi era semplice, anzi semplicistica: finché c’è la decontribuzione il datore di lavoro assume, una volta venuta meno questa defiscalizzazione quello stesso lavoro il datore te lo toglie. Vista da questo punto di vista, sembrerebbe un fallimento delle politiche di lavoro fortemente volute dal governo Renzi. Ma forse le cose non stanno proprio così: forse i lavoratori “vogliono” essere licenziati, “preferiscono” farsi allontanare da lavoro per poter prendersi l’indennità che non prenderebbero se si dimettessero. E quindi in qualche modo spingono i datori a licenziarli.

La pensa così la Cgia di Mestre che spiega che nel 2016 i licenziamenti disciplinari sono stati oltre 74.000 con un aumento del 26,5% sul 2015 mentre quelli complessivi sono cresciuti solo del 3,5%. Secondo la Cgia il dato risente di un fenomeno legato alle dimissioni on line e alla possibilità per il lavoratore licenziato di ricevere l’indennità di disoccupazione Naspi (fino a un massimo di due anni per una spesa per lo Stato che può raggiungere i 20.000 euro) anche se la cessazione del rapporto di lavoro è legata a un motivo disciplinare. Alcuni inoltre non attivano la procedura di dimissioni on line rendendosi irreperibili costringendo il datore di lavoro al licenziamento per giusta causa. La Naspi non è dovuta invece in caso di dimissioni (a meno che non siano per giusta causa, ad esempio se il datore di lavoro non paga la retribuzione).

“Ad avere innescato l’ascesa dei licenziamenti disciplinari- denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre Paolo Zabeo – è stata una cattiva abitudine che si sta diffondendo tra i dipendenti. Con l’introduzione della riforma Fornero, dal 2013 chi viene licenziato ha diritto all’Aspi (ora Naspi ndr): una misura di sostegno al reddito con una durata massima di due anni che costringe l’imprenditore che ha deciso di lasciare a casa il proprio dipendente al pagamento di una “tassa di licenziamento (il 41% del massimale mensile per ogni 12 mesi di anzianità aziendale maturata negli ultimi 3 anni).

“Se una impresa contribuisce ad aumentare il numero dei disoccupati – dichiara il segretario della CGIA Renato Mason – provoca dei costi sociali che in parte deve sostenere. Negli ultimi tempi, però, la questione ha assunto i contorni di un raggiro a carico di moltissime aziende e anche dello Stato, perché un numero sempre più crescente di dipendenti non rispetta la norma e costringe gli imprenditori al licenziamento e, di conseguenza, fa scattare la Nuova Aspi in maniera impropria”.

 

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